Kiss – Alive!

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Cobo Hall, Detroit, Michigan, 16 maggio 1975

Se solo potessi essere uno dei Kiss.
Non dei Kiss qualunque. I Kiss qui e ora! I Kiss di stasera a Detroit.
Questa città nera come la pelle del suo popolo, nera come i gas di scarico delle auto che produce.
Nera, come questa crisi petrolifera che, se penso al futuro, potrei scommettere che il futuro non esiste. Nera come il groove della Motown, che può trasferirsi a Los Angeles, a New York o sulla luna, ma che per noi sarà sempre e solo un affare di Detroit, la motor city, la mo(tor)town!

Nera come la stella di Paul Stanley, nera come il mondo fuori dalla Cobo Hall, questo Pantheon moderno che stasera vive solo di colori accesi.
Dicono che siamo in dodicimila, forse più. Mi perdo a guardare verso l’alto gli spalti e le file ordinate di poltroncine. Sono disposte a sezioni quadrate incorniciate dalle vie di fuga. Inizio a contare le sedie contenute in ogni sezione ma, arrivato a settantasette, perdo il conto. A forza di guardare in alto ho il collo indolenzito.
Se solo potessi essere uno dei Kiss.
Non me ne starei semplicemente qui con un cartello in mano. Ho passato un paio di pomeriggi a dipingerlo, dopo la scuola, al posto di fare i compiti. Si fottano i compiti. Non servono i compiti a Detroit.
Conosco talmente bene il make-up dei Kiss che potrei disegnarlo ad occhi chiusi. Pennarelli neri e rossi, del nastro adesivo argentato ed il gioco è fatto.
Alzo la mano destra stretta a pugno quando un tizio scatta delle foto. Ha un mazzo di pass tenuti insieme da un laccio che penzola dalla tracolla della Reflex. Saranno venti, trenta, cinquanta. Magari è uno importante.
Magari ci scappa che domani finisco sulla Free Press o sul News. Sarebbe un bel colpo. Diventerei automaticamente il Kiss Fan numero uno della scuola. Potrei rimediare qualche pomiciata o forse qualcosa di più. A proposito di fighette, c’è questa ragazza alla mia sinistra, carnagione leggermente olivastra incorniciata dallo splendere nero dei suoi capelli lisci. Roba d’alta classe. Si accompagna allo sguardo torvo di un tizio talmente incazzoso che ho paura anche solo a guardarlo. Se solo potessi essere uno dei Kiss, basterebbe un cenno e lui non sarebbe neanche l’ombra di un problema.
Se solo potessi essere uno dei Kiss, qui e ora, sarei Ace Frehley.
Lo Spaceman, il duro, lo scapestrato. L’Asso curvo su una Les Paul Custom a tre pick-up, il battitore libero, lo spaccone, la chitarra più adorata d’America. Me ne starei nel backstage, noncurante degli ospiti presenti, dei fotografi, della tv, degli imbucati, delle autorità cittadine e del loro imbarazzato sentirsi fuori luogo, delle groupies furbe e delle mogli distratte. Noncurante di tutto tranne che del make-up e del mio cold gin, di fronte ad uno specchio a figura intera, di quelli con le lampade tonde su tutto il perimetro. Quegli specchi che mi immagino si possano trovare in un backstage di Broadway. Starei lì a provare le mie facce, le mie smorfie, le mie mosse alla Ace Frehley, mi aggiusterei il cavallo per accentuarne la virilità e subito dopo strizzerei l’occhio simulando un bacio effeminato. Cullerei dentro lo stomaco un’alcova dove far crescere l’adrenalina, diteggerei un riscaldamento muto di nickel e mogano non amplificati, e poi ancora cold gin e ancora specchio delle mie brame e ancora sguardi sempre più tesi finché il rumoreggiare della folla si farebbe insistente come un orologio.
Se solo potessi essere uno dei Kiss. In questo istante mi piace pensare non cambierebbe nulla. Le luci si abbassano e lasciano l’altare alla ritualità della frase You wanted the best, you got it! The hottest band in the land: KISS. La Cobo Hall esplode. Il brivido che sento non è diverso da quello che percuote Paul, Ace, Gene e Peter. E’ una scossa collettiva. E’ una calamita immaginaria posta a metà strada tra il palco e la prima fila. Noi, una folla allungata, sballottata, trascinata, protesa verso lo stage. Loro, un fumetto incarnato, quattro supereroi armati di attitudine. Non ci tocchiamo mai, ma lì in mezzo ci percepiamo e ci apparteniamo. Le urla, le luci, i fuochi, i watt. Singoli elementi di un cerimoniale.
Siamo tutti show, siamo tutti spettatori; siamo tutti Kiss.

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Paolo Fappani
Paolo “Blodio” Fappani: Milano 1973 Musicista e operatore culturale bresciano, dal 2001 è direttore artistico e co-direttore di produzione del festival musicale ARENASONICA. Dal 2009 è fondatore e membro del consiglio direttivo dell’ASSOCIAZIONE CULTURALE LATTERIA ARTIGIANALE MOLLOY. Negli ultimi vent’anni ha suonato centinaia di concerti e registrato dischi con diverse band e artisti bresciani (Cinemavolta, Paolo Cattaneo, Van Cleef Continental). Attualmente è in tour in Italia ed Europa con la sua band SEDDY MELLORY e con il promettente trio bresciano MARYDOLLS.

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