Iron Maiden – Killers

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Gli Iron Maiden sono un rito di passaggio, sono la marmitta truccata sul motorino, sono una sigaretta nei bagni della scuola a ricreazione, sono il mistero della prima canna che ti fa sballare più per il concetto che per il reale effetto. Gli Iron Maiden sono, come nessun altro, un culto che si rigenera di micro-generazione in micro-generazione. Per chi ascolta rock sono un passaggio obbligato. Buona parte di questo effetto, che si perpetua da oltre trent’anni, è dovuto all’impatto grafico della macchina Iron Maiden, al genio del disegnatore britannico Derek Riggs e all’intuizione manageriale di trasformare il suo lavoro in un elemento portante del marketing della band: font immutato, medesimo personaggio in tutte le copertine/t-shirt/toppe, materializzazione dello stesso nei live della band.

Eddie, il mostro degli Iron Maiden, è la porta di ingresso ad un mondo di musica, ma ci attira giocando su leve che nulla hanno a che fare con la musica. Eddie è un enigma, è oscurità, è quel brivido che ci porta a passare le nostre notti da adolescenti a guardare film horror: spaventarci a mille per esorcizzare la paura.
Nei primi anni ‘80 la camera del più grande dei miei cugini era dominata da un poster gigante della copertina di Killers. L’aura che ne derivava sembrava portarsi appresso infinite possibilità e misteri, nonché un senso di appartenenza da setta illuminata. Abbracciare quei colori, quelle lettere dalle forme spigolose, possedere un poster, un disco o una toppa diventava questione di status sociale, elemento di distinzione. Quella cosa che nei fumi preadolescenziali è in grado di dirti chi sei più di qualsiasi altro essere umano con cui interagisci.
E la musica? Beh, nel momento in cui l’immaginario incontra le note, la musica degli Iron Maiden, quel mix di epicità, melodia, maestosità, tecnica e mistero, è semplicemente una bomba. Una bomba che deflagra e rimane sottopelle. Una bomba intelligente che rilascia effetti benefici anche a distanza di anni. Gli Iron Maiden sono come la prima cotta: emotività libera da preconcetti, solo innocenza e coinvolgimento senza paura. Nella loro copiosa discografia, l’età aurea può essere senza timore di smentita identificata nei nove anni che intercorrono tra il 1980 e il 1988, un’invidiabile sequenza di sette album in studio e un live epocale, tutti a loro modo imprescindibili. Se il capolavoro assoluto è probabilmente The Number of The Beast (1982), Killers, dell’anno precedente, fotografa la sfocatura del momento magico, il movimento impercettibile dell’innocenza che abbandona la scena, quell’essere che ha i tratti confusi di ciò che eri e di ciò che sarai.
Registrato da una formazione in fase di assestamento (3/5 di quella che verrà identificata come classica nel periodo 1983-1988), è il secondo e ultimo album registrato con Paul Di’Anno alla voce. Meno pomposo e lirico del successore Bruce Dickinson, Paul è non a torto considerato inarrivabile dai fan della prima ora. La sua attitudine faceva degli Iron Maiden un gruppo di coinvolgente speed rock senza fronzoli capace, a differenza di tanti colleghi del tempo, di scolpire canzoni epocali e vestirle di energia. Poco contavano, in tal senso, l’estensione vocale o la perfezione timbrica: gli Iron Maiden erano una macchina da guerra inarrestabile capace, nella sua totalità, di investire l’ascoltatore senza scadere nei cliché epici dell’heavy metal anni ’80. Come se,  del punk dal quale i cinque londinesi rifuggivano, avessero assorbito l’urgenza e un focus di fondo sulla spontaneità, elaborando le loro complesse idee nel modo più diretto possibile.
Il trittico di partenza è di un’efficacia devastante: lo strumentale cadenzato The Ides of March, con la sua ritmica a mo’ di marcia, prepara il terreno al riff di basso che fa decollare il super classico Wrathchild, una summa di quello che gli Iron sono e saranno. Ritmiche martellanti, chitarre gemelle che si scambiano assoli, ritornelli semplici da urlare a squarciagola. 2 minuti e 52 secondi da incorniciare. Murders in the Rue Morgue riprende un’introduzione pacata per poi esplodere in velocità e cambi di accordo anticipati, a creare una dinamica trascinante fino al ritornello, contrappuntato da linee di chitarra e melodia vocale. Difficile staccare la spina anche alle successive Another Life (dall’incedere vagamente debitore dei Motörhead) e Genghis Khan, altro strumentale in cui la tecnica dei Maiden ci viene sparata nei denti senza compromessi. Innocent Exile si fa apprezzare e Killers è un altro istant-classic con tutti gli ingredienti del Maiden Sound.
Dopo una Prodigal Son che personalmente trovo trascurabile, il disco si chiude con Purgatory e Drifter, che nulla aggiungono o tolgono a un disco nel suo complesso solido, veloce e spontaneo.
L’anno successivo, con l’arrivo di Bruce Dickinson, gli Iron Maiden svolteranno e capitalizzeranno in progressione geometrica il già buon successo dei primi due album, diventando gli indiscussi portabandiera del genere, allora come adesso. La loro relazione con ognuno dei milioni di fan che li segue è una storia d’amore privata. La mia è il primo amore, quello che non dimentichi, quello che, di tanto in tanto, ti induce a riguardare le foto e a dirti come eravamo, quella che è nata una notte di Natale scambiando occhiate timorose con un poster e il suo protagonista preso di tre quarti con un’ascia in mano sotto il più classico cielo plumbeo londinese. La mia vita è cambiata così e, grazie ai Maiden, non è stata più la stessa.

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