Genesis – Selling England by the Pound

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Voi c’eravate quando avevamo bisogno. Queste le ultime parole di Phil Collins ai cinquecentomila spettatori del concerto dei Genesis al Circo Massimo. Era la sera del 14 luglio 2007. Il momento del bisogno si verificò invece molto prima, all’incirca nel 1972, quando la band inglese, indebitata e poco amata in patria, stava quasi per sciogliersi. Rassegnati al loro destino, i cinque ventenni di talento, nell’aprile di quell’anno, calarono in Italia e trovarono il successo. Enorme. Insperato. E dopo i trionfali concerti del Piper, la band riprese nuova linfa e, per farla breve, nel 1973 pubblicò Selling England by the Pound.

Ora, però, viene il difficile, perché mi trovo nell’imbarazzante compito di raccontare in poche parole un disco complesso, affascinante, un capolavoro che meriterebbe approfonditi saggi.  Poi c’è un altro problema, non da poco: questo disco ha qualcosa di magico. Lo conosco a memoria, eppure, ogni volta che lo ascolto, è diverso. C’è sempre (ma proprio sempre) un passaggio di chitarra di Steve Hackett o un trillo del flauto di Peter Gabriel che non avevo mai notato prima. Anche il testo, per quanto possa sembrale paradossale, non è mai statico. Provo a spiegarmi: i due protagonisti del lungo brano The Cinema Show, i giovani Romeo e Giulietta, non hanno mai la stessa faccia, mai la stessa espressione. Una ventina d’anni fa ero convinto che Romeo fosse molto magro e che indossasse una cravatta a fiori, ma oggi non riesco più a metterlo a fuoco. Negli anni Ottanta il profumo di Giulietta sapeva di lavanda, oggi di bacche di vaniglia. Io credo che questo fenomeno dipenda dal fatto che sia la musica, sia il testo sono stati concepiti per evocare sentimenti, stati d’animo. L’ascoltatore cade nella trappola, subito. E in una specie di piacevole rincoglionimento perde i contorni della realtà.

Non c’è nulla di logico o di consequenziale nei testi: metafore, allegorie, citazioni sghembe, pescate dalla tradizione preromantica e romantica (ma anche gotica) inglese, diventano, grazie alla sapienza dei cinque visionari, una droga irresistibile per il povero ascoltatore. Oltre al già citato The Cinema Show, la magia si rinnova sempre con l’epica Firth of Fifth, con la misteriosa Dancing with the Moonlit Knight, con la delirante e allegra I Know What I Like (In Your Wardrobe), con More Fool Me, dove il falsetto di Collins prende la consistenza del cristallo purissimo, e con la commovente After the Ordeal. Basta, non so più che dire. Ho le lacrime agli occhi. E se è vero che sono stati gli italiani a salvare i Genesis, possiamo affermare, senza tema di smentita, che almeno una cosa buona, nell’ultimo mezzo secolo, siamo riusciti a farla.

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Fabio Bussotti
Fabio Bussotti è nato a Trevi il 29 gennaio 1963. Attore di teatro, cinema e fiction, si è diplomato alla Bottega Teatrale di Firenze diretta da Vittorio Gassman. Ha lavorato con registi come Fellini, Olmi, Archibugi e Monicelli. Nel 1989 ha vinto il Nastro d’Argento come migliore attore non protagonista per il film Francesco di Liliana Cavani. Come narratore, ha esordito con il thriller L’invidia di Velázquez (Sironi-2008), tradotto in Russia e Spagna. Nel 2012 ha pubblicato Il cameriere di Borges (Perdisa Pop), ottenendo consensi unanimi da critica e lettori.

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