Colosseum – Live

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Una scala di corda per la luna

Se c’è una cosa che mi fa incazzare non poco, è il fatto che nel caotico mondo che ci è toccato in sorte, dominato da immondizia mediatica e tsunami di informazioni che si riversano disordinatamente in cervelli sempre più disabituati a svolgere la funzione cui sarebbero destinati, l’eccellenza e la mediocrità si mischiano in un frullato del tutto inodore, insapore e incolore. Di più, essendo la mediocrità di gran lunga preponderante sulla genialità, il liquame risultante tenderà ad avere un sapore sempre più disgustoso. Questo pistolotto per dire che trovo estremamente ingiusto che la maggior parte dei fruitori di musica, giovani e meno giovani, conoscano (e ricorderanno) i Pooh e ignorino (e continueranno a ignorare) i Colosseum.
Cerchiamo di porre rimedio a questo palese sopruso.

I Colosseum nascono nell’anno di grazia 1968 da una costola dei Bluesbreakers di John Mayall. Il batterista Jon Hiseman, il bassista Tony Reeves e l’immenso sassofonista Dick Heckstall-Smith, concluse con il Leone di Manchester le registrazioni di Bare Wires, capolavoro dell’hard-blues britannico, uniscono le loro forze a quelle di altri astri nascenti della prolifica scena inglese: Dave Greensdale alle tastiere, Mark Clarke al basso, Clem Clempson alla chitarra, e soprattutto il portentoso vocalist Chris Farlowe, dall’ugola ruvida come una grattugia da formaggio.
La band avrà una vita piuttosto travagliata, costellata da separazioni e successive reunion. L’età d’oro del gruppo, però, è indubbiamente quella del triennio ’69 – ’71, in cui vengono pubblicate in rapida sequenza autentiche pietre miliari quali Those Who Are About To Die Salute You (traduzione del motto latino “Morituru te salutant”, tanto per giustificare il gladiatorio nome della band) del 1969, Valentyne Suite, dello stesso anno, The Grass Is Green del 1970 (uscito solo per il mercato USA), lo splendido Daughter Of Time, sempre del 1970 e soprattutto quello che è considerato uno dei più potenti dischi dal vivo dell’intera storia del rock: Colosseum Live, del 1971, un doppio che lascia senza fiato dal primo all’ultimo minuto per i suoi ritmi incalzanti, registrato durante due concerti di quell’anno, presso la Manchester University e la Big Apple di Brighton.
Ed è proprio di questo capolavoro che intendo parlare.
La pigra critica musicale (che Frank Zappa definì “fatta da gente che non sa scrivere che intervista gente che non sa parlare per gente che non sa leggere”), tesa ad assecondare i diktat delle case discografiche da sempre portate a creare generi dai nomi strani per meglio vendere il prodotto, incasellarono la complessa musica dei Colosseum nell’ambito del progressive, etichetta che ben poco si addice a un gruppo che come pochi altri ha saputo proporre una sintesi tra sonorità rock, improvvisazione jazzistica, ricerca blues, influenze di musica popolare, in composizioni di ampissimo respiro.
Indubbia l’influenza dei Colosseum su alcune delle formazioni più fresche e innovative del panorama italiano di quegli anni, in primis Perigeo e Area. E non mi sembra per nulla azzardata l’ipotesi ventilata da alcuni, riguardante un parallelo tra le sonorità della voce di Chris Farlowe e quelle di un ancor giovane Demetrio Stratos che, in seguito, farà dell’esplorazione dello sconosciuto mondo delle corde vocali una ragione di vita.
I sei lunghi brani che compongono Colosseum Live (Rope Ladder To The Moon, Walking In The Park, Skelington, Tanglewood ’63, Encore: Stormy Monday Blues, Lost Angels), per una durata complessiva di quasi 75 minuti, vibrano di potenza ed energia, l’agile voce di Farlowe è uno strumento che fa da contrappunto a lunghe improvvisazioni e agli assoli dei suoi compagni: l’eccellente Jon Hiseman alla batteria, leader indiscusso del gruppo, cuore rock e mente educata alla lezione del maestro Max Roach; Dick Heckstall-Smith, gigante in tutti i sensi, ai sassofoni tenore e soprano – che spesso ama suonare contemporaneamente – che rimanda alle sonorità free del visionario Eric Dolphy e del criptico Ornette Coleman.
Sia ben chiaro, Colosseum Live è bello tutto, ma proprio tutto, però è sempre nei particolari che a mio avviso si riconoscono i capolavori. Ed è per questo che invito ad ascoltare con particolare attenzione il mozzafiato brano iniziale del disco, lo splendido Rope Ladder To The Moon, dal minuto 2’43” al minuto 4’05”, dove l’omone dei sassofoni regala momenti di pura poesia sonora fatta di note sofferte, tirate fino allo spasimo, graffi sulla pelle, frustate di metallo, unghiate di suono, puro godimento per le orecchie.
Sembra incredibile, ma subito dopo la pubblicazione di quel fantastico disco, all’apice del successo i Colosseum, senza liti o piazzate (frequenti in tanti altri casi), nel settembre del 1971 sciolsero il gruppo lasciando i non pochi estimatori in uno sconfortante coitus interruptus musicale.
D’altronde, a saper leggere i messaggi, Hiseman & Co. ce lo avevano detto fin dal loro esordio: Morituri te salutant!

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Giuseppe Ciarallo
Giuseppe Ciarallo, molisano di origine, è nato nel 1958 a Milano. Ha pubblicato tre raccolte di short-stories, "Racconti per sax tenore" (Tranchida, 1994), "Amori a serramanico" (Tranchida, 1999), "Le spade non bastano mai" (PaginaUno, 2016) e un poemetto di satira politica dal titolo "DanteSka Apocrifunk – HIP HOPera in sette canti" (PaginaUno, 2011); ha inoltre partecipato con suoi racconti ai libri collettivi "Sorci verdi – Storie di ordinario leghismo" (Alegre, 2011), "Lavoro Vivo" (Alegre, 2012), "Festa d’aprile" (Tempesta Editore, 2015); suoi componimenti sono inclusi in varie raccolte antologiche di poesia: "Carovana dei versi – poesia in azione" 2009, 2011 e 2013 (Ed. abrigliasciolta), "Aloud – Il fenomeno performativo della parola in azione" (Ed. abrigliasciolta, 2016), "Parole sante – versi per una metamorfosi" (Ed. Kurumuny, 2016), "Parole sante – ùmide ampate t’aria" (Ed. Kurumuny, 2017). Scrive di letteratura e non solo su PaginaUno e Inkroci, collabora con A-Rivista anarchica e Buduàr, rivista on line di umorismo e satira. Fa parte del collettivo di redazione di "Letteraria/Nuova Rivista Letteraria" e "Zona Letteraria – Studi e prove di letteratura sociale" fin dalla fondazione.

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