Amy Winehouse – Back to black

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Ascoltare Back to black mi entusiasma. È un disco alla Beatles. Ogni brano, pur essendo una composizione sofisticata, diventa una hit di successo mondiale. Canzoni dolci e disperate come Love is a losing game, cariche di sfrontatezza e fragilità come You know I’m no good, sprizzano vita e dolore autentici. Amy Winehouse non era solo geniale interprete, ma anche genuina autrice delle musiche e dei testi delle sue canzoni. Un talento smisurato. Lo si coglie sin dal primo album, Frank. L’Erykah Badu inglese? La nuova Lily Allen? Una Lauryn Hill un po’ meno hip-hop e un poco più jazz? Al suo esordio, i paragoni con le cantanti contemporanee si sprecano. Ma si sbagliano tutti: Amy Winehouse è Amy Winehouse.

In Back to black, il brano nudo è avvolto da arrangiamenti, suoni e strumenti che sanno d’abito perfetto, quello delle occasioni speciali. La produzione è affidata alle mani sapienti di Mark Ronson (già produttore di Robbie Williamse e Sean Paul, fra gli altri), in collaborazione con Salaam Remi (The Fugees, Nas), e si sente. E si sentono anche The Ronettes e The Shangri-Las. Ecco, se dobbiamo fare paragoni – poiché anche in musica nulla si crea né si distrugge – è il caso di riferirsi a questi artisti del passato.

Ascoltare Back to black mi fa arrabbiare. Non era necessario che sulla testa della star comparisse un’acconciatura vintage e artefatta perché Rehab e Back to Black ottenessero il successo che hanno avuto. La chioma e la popolarità del personaggio si rivelano troppo pesanti da reggere per le esili spalle della giovane cantante. Di giorno in giorno i polsi e le gambe si fanno più sottili, i comportamenti sopra le righe diventano la norma e i media ci mettono del loro. Ciò nonostante, avvolto in un succinto abito a pois, lo scricciolo prosegue la sua barcollante sfilata, in testa un’impalcatura corvina.

È in questa totale imperfezione che talvolta trova spazio una bellezza unica. In confronto, la perfezione si riduce a un compitino ben svolto. Me and Mr. Jones è un bluesettone sghembo. Amy Winehouse si muove all’interno di questa meravigliosa stortura, ci si appoggia deformandola ancora, e crea nuovi ritmi, semplici ed elaborati insieme.

La sua voce è uno strumento, come quelli che l’accompagnano. Non c’è alcun assolo in Back to black perché è Amy Winehouse lo strumento solista. Per nulla virtuoso, impreziosisce ogni brano. Percorre dal basso all’alto il pentagramma nella breve Some unholy war; e si lancia in volo, leggera e delicata, nel cielo di armonie di cori e fiati di He can only hold her.

Ascoltare Back to black mi rattrista. Winehouse canta degli affari suoi, ma li rende opera d’arte attraverso la musica. È sboccata. Parolacce ed espressioni forti costellano tutto il disco. I testi sono crudi e privi di filtri. Addicted racconta senza giri di parole del suo rapporto malato con la marjuana. Da Just Friends emerge la profonda sensibilità della persona, tenuta però costantemente sotto controllo con uno scriteriato mix di alcol e droghe, nel tentativo di convogliare e contenere il turbinio di emozioni e pensieri in un oggetto semplice da eliminare. Da fagocitare. Un sorso di rum, un tiro di canna. Come recita una linea di Wake up alonerun around just so I don’t have to think about thinking – l’importante è non correre il rischio di dover pensare.

La tristezza deriva dal non potere più ascoltare un altro, nuovo, suo capolavoro, come è Tears dry on their own. È il brano che preferisco, potente e poetico, orchestrale e rock. Possiamo ricorrere alle pregevoli cover e alle chicche presenti nella versione deluxe di Back to black, come Valerie degli Zutons o Monkey man di Toots & The Maytals, o il provino di Love is a losing game. Possiamo ascoltare a ripetizione i dischi Frank e Back to black. Esiste anche il disco postumo Lioness: hidden treasures, cui presumibilmente seguiranno altri ritrovati commerciali. Ma presto realizziamo l’incontrovertibile: Amy Winehouse e la sua musica sono morte a 27 anni, il tempo di seminare appena una manciata di canzoni.

Ascoltare Back to black mi entusiasma, mi fa arrabbiare e mi rattrista perché è un grandissimo disco, perché avrei voluto ascoltare il successivo (non postumo!), e perché ciò non sarà mai possibile.

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Giuseppe Mele
Giuseppe Mele, classe 1989, nasce e cresce a Milano. Ha vissuto per alcuni periodi in Regno Unito e in Australia. Ha suonato, inciso un disco e girato videoclip musicali in qualità di batterista e corista. Ha lavorato anche come cuoco, addetto stampa, fattorino, intervistatore telefonico, insegnante di batteria e cameriere. Studia Comunicazione e Società presso l’Università degli Studi di Milano. Come potrete immaginare, quindi, è appassionato di musica, media, vino, global politics, viaggi, cinema, culture, Sydney, arte, Alberto Sordi, e via dicendo.

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