Kevin Powers – Yellow Birds

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La guerra è atroce. Le armi sono atroci. La barbarie che gradualmente si attacca alla pelle degli uomini che hanno a che fare con la guerra è atroce: l’individuo svanisce e si dissolve; restano solo i numeri. Quei numeri sono la conta dei cadaveri. Sono quelli che i due soldati protagonisti, Murphy e Bartle, annotano senza sosta, nella speranza che sia qualcun altro a incrementarli. Nella logica fredda e crudele del Se muori tu aumentano le possibilità che non muoia io.
La guerra è atroce, esattamente per tutto quello che questo libro trasmette. E ciò lo rende di valore: un libro necessario ne ha senza dubbio di più.
Ma Kevin Powers rilancia, aggiungendo monete al piatto. Lo fa con la scrittura, incredibilmente precisa, a tratti cruda, ma mai distaccata: è una chiarezza sofferta.
Lo fa con la poesia: in questo deserto di cadaveri in putrefazione, le sue parole arrivano diritte al cuore.
E cadavere è sì Murphy, che non riuscirà a tornare a casa, ma anche Bartle, eroso e condannato dalla mano impietosa del ricordo. Perché a volte è difficile stabilirlo: la memoria è per metà immaginazione.
Quindi la guerra continua, anche dopo che è finita. Anche dopo che tutti i cadaveri sono stati seppelliti e le medaglie al valore consegnate e appese al muro.
Continua sull’aereo, quando la mano si stringe sulla canna di un fucile che non c’è più. Continua nella testa, che gli ripropone per sempre il corpo mutilato del suo migliore amico e gli fa ammettere: “Io non lo so più come si fa a vivere lì fuori”.
Di un’onestà straziante, Yellow Birds colpisce nel segno, tratteggiando tre personaggi –Bartle, Murphy e Sterling – che, insieme, sono il ritratto di un solo uomo: lo stesso Powers.

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