Giuseppe Ciarallo – L’inchiostro e il carbone: la classe operaia scozzese nell’opera di William Mc Ilvanney

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Addolorati per la recente scomparsa di uno dei più grandi scrittori contemporanei, William McIlvanney, abbiamo eccezionalmente voluto dedicargli questo articolo, che abbiamo voluto inserire nella rubrica “Attenti al libro” come omaggio e come rievocazione.

Nel corso di un’intervista televisiva nell’autunno del 1980, l’allora primo ministro britannico Margaret Thatcher, nota come la Lady di ferro per l’assoluta intransigenza di ogni sua scelta politica, dichiarò con pari arroganza e disarmante sincerità che il suo compito era quello di puntare al rilancio dell’economia del suo Paese nonché riportare in pareggio i conti dello Stato, e che il raggiungimento di un così importante obiettivo non poteva contemplare il computo del numero di disoccupati, il cui aumento la sua cura avrebbe necessariamente comportato.

Una dichiarazione d’intenti così netta e spietata non poteva che accompagnarsi a fatti terribilmente concreti consistenti in un immediato abbattimento dei costi dello Stato Sociale, in un progressivo smantellamento della Sanità, dell’Istruzione pubblica e in un imbarbarimento del mercato del lavoro, azioni che ebbero come logica conseguenza un deterioramento delle qualità morali ed etiche della società britannica.

Piccolo inciso: a dimostrazione del fatto che i vizi più che le virtù attecchiscono con maggior facilità e che la globalizzazione non riguarda solo lo scambio di merci e monete ma anche i comportamenti umani, la stessa frantumazione di valori consolidati si è avuta in tutto il mondo occidentale proseguendo poi, nei decenni successivi, il suo veloce e inesorabile cammino verso est.

Il sistema di privatizzazioni (British Telecom, British Gas, British Airways, Jaguar, Rover, ferrovie, ecc.) che prevedeva il preventivo risanamento delle aziende pubbliche (come a dire: socializzazione delle perdite e privatizzazione dei profitti, un po’ come è accaduto per la nostra Alitalia), la deregulation, lo sgretolamento del leggendario Welfare State britannico, voluti dal Primo Ministro nell’ambito di un programma economico basato sul libero mercato selvaggio, unitamente alla crisi in cui versava un partito laburista balbuziente e incapace di progettare un’opposizione efficace, ebbero come effetto diretto l’aumento vertiginoso della disoccupazione in tutto il Regno Unito.

In particolare in Scozia, la crisi occupazionale riguardò i lavoratori dei cantieri navali e, soprattutto, delle miniere di carbone. L’intento di chiudere le miniere, ritenute antieconomiche e scarsamente produttive, più ancora che da una logica industriale era dettato dal sottostante reale obiettivo di attaccare e stroncare il potere dei sindacati.

Non a caso lo sciopero dei minatori, che si protrasse per più di un anno e che vide i lavoratori impegnati in una delle battaglie più dure e sanguinose dell’intera storia del movimento operaio britannico, fu un vero e proprio snodo fondamentale dell’era Thatcher, così come lo furono le prese di posizione risolute e intransigenti in occasione della guerra delle Falkland contro l’Argentina e dello sciopero della fame dei militanti dell’esercito repubblicano irlandese, lasciati morire nelle loro celle pur di non riconoscere all’avversario lo status di prigioniero politico.

Il primo ministro britannico, forte della sua posizione sia dal punto di vista politico  che mediatico – aveva da poco incassato la rielezione per il secondo dei suoi tre mandati – sferrò un attacco senza precedenti contro i sindacati in genere, e quello dei minatori in particolare, sostenendo di voler debellare il malcostume dei privilegi e degli sprechi di denaro pubblico.

Curioso il fatto che questa sua determinazione fosse rivolta a una categoria di lavoratori che svolgevano un’attività dura, rischiosissima per la salute e per la stessa vita e al contempo scarsamente retribuita, determinazione che vedrà, una volta terminato lo sciopero e con esso la speranza di vittoria da parte dei sindacati, intere comunità abbandonate a se stesse.

Le agitazioni, che furono da subito caratterizzate da scontri cruenti tra i picchetti operai e le forze dell’ordine che intervenivano a sostegno dei crumiri, si protrassero per tutto il 1984, che diventò così un anno tragicamente orwelliano per l’intera nazione, frantumata dall’aspro scontro sociale.

Le organizzazioni sindacali decisero di interrompere gli scioperi agli inizi di marzo del 1985 in una totale capitolazione che avrà ripercussioni disastrose sulle lotte e le rivendicazioni sociali degli anni a seguire, sancendo così l’affermazione della linea governativa propugnata dalla Lady di ferro. (1)

E’ in questo clima e da questo humus che nascono le pagine più belle delle opere di William Mc Ilvanney, scrittore cresciuto in una famiglia piccolo borghese che viveva in un quartiere operaio della cittadina scozzese di Kilmarnock.

Mc Ilvanney fin dagli inizi ha ben chiaro il taglio che intende dare alla sua scrittura. “In casa mia c’erano tanti libri, però la cultura intorno a me era operaia. E’ di quella che sentivo il bisogno di parlare; e anche se nessuno di loro ha mai letto i miei romanzi, è sulla loro vita che ho modellato la mia creatività. Lo sentivo come un dovere, un impegno sociale.” (2)

Un ruolo di testimone e di portavoce della propria comunità, dunque, quello che lo scrittore si assegna nel momento stesso in cui intraprende il suo itinerario artistico, una sorta di simbiosi nella quale riverserà pagine dense di commozione, di solidarietà e di sincera partecipazione alle vicende drammatiche della sua gente.

Ma questo impegno non si esaurisce nell’essere scrittore: William Mc Ilvanney è un importante intellettuale estremamente attivo nel dibattito politico scozzese, le cui argute considerazioni vengono regolarmente pubblicate sui maggiori quotidiani del suo Paese. Pur rivendicando l’importanza dello sviluppo di uno stato scozzese, le sue posizioni non sono sempre in sintonia con quelle dei nazionalisti, propugnando egli valori imprescindibili che vengono ancor prima dell’indipendenza politica, quale ad esempio la giustizia sociale oltre che l’espressione delle proprie radici culturali.

Un’idea di nazione, la sua, di marcato stampo socialista, soprattutto affrancata dalla religione del libero mercato, colpevole di favorire e garantire ricchezza a chi è già privilegiato sottraendo risorse a chi nella società più ne avrebbe bisogno.

Deluso e amareggiato, in anni più recenti, dalla politica del laburista Blair che in molti ambiti non ha fatto altro che ricalcare e sostanzialmente continuare un progetto economico iniziato dai conservatori, Mc Ilvanney lamenterà il suo non sentirsi politicamente rappresentato autodefinendosi un “homeless socialist”, un socialista senza più una casa da abitare (3).

I primi lavori vengono scritti in un inglese che non va oltre il proporre un timido richiamo alle sonorità della lingua scozzese. Mc Ilvanney decide quindi di correggere il tiro e in seguito, anche in ossequio a quella sorta di “promessa” fatta alla sua gente, decide di far parlare i personaggi dei suoi libri, operai, minatori, sottoproletari ma anche poliziotti e delinquenti di medio e piccolo cabotaggio, in un modo più consono a quella società e a quella parte di Scozia che l’autore ben conosce e nella quale decide di ambientare le sue storie.

Introduce, dunque, soprattutto nei dialoghi, l’uso di espressioni tipiche della sua lingua che “volendo fare un collegamento con l’Italia, ci rimandano al siciliano di Camilleri, con il quale c’è anche in comune la frequente commistione del genere poliziesco con tematiche storiche, sociali e politiche.” (4)

Già nella “Trilogia nera di Glagow” (che comprende i romanzi Laidlaw. Indagine a Glasgow, Le carte di Tony Veitch e Oscure lealtà)(5), pagine che troppo frettolosamente oltre che impropriamente sono state catalogate di genere poliziesco, l’autore mostra con chiarezza la volontà di “indagare”, di scandagliare i luoghi più reconditi della sua città attraverso lo sguardo impietoso e disincantato del suo alter ego letterario, l’ispettore di polizia Jack Laidlaw, poliziotto anomalo che vive con estrema sofferenza lo sciorinarsi quotidiano, davanti ai propri occhi, di tutte le ingiustizie, le ipocrisie, le sopraffazioni e le violenze che incombono come nubi minacciose sulle teste della gente dell’amata Glasgow.

Ma i lavori nei quali più esplicitamente Mc Ilvanney riflette l’intento dichiarato della sua scrittura sono i romanzi The Big Man, La fornace e la raccolta di racconti Feriti Vaganti. (6)

In The Big Man l’autore descrive con drammatica precisione lo smarrimento nel quale è piombata un’intera comunità che ha visto attuare, in sostituzione di un insieme di regole e di principi da ognuno riconosciuti e accettati, la sistematica demolizione di tutti i valori della società civile, al solo fine di veder rivitalizzare i conti delle aziende.

Dan Scoular, “the big man”, vive con estremo disagio l’indebolimento di quella forza etica, ed epica, operaia che aveva reso possibile, attraverso la pratica della solidarietà diffusa, la sopportazione dei momenti di crisi, sociale ed economica, che periodicamente si abbattono con effetto devastante sui gropponi dei meno garantiti.

Dan Scoular ha perso il lavoro, come la maggior parte delle persone che dividono il suo tempo e il suo spazio nel pub, luogo che nei paesi anglosassoni non è il locale dove bere semplicemente un bicchiere, ma che rappresenta invece un ambito in cui è tangibile e si respira il senso di comunità.

E teme di perdere Betty, la moglie, la quale ha sempre rimproverato, con ansiosa preoccupazione, quel suo essere fanciullescamente fatalista, la completa  impermeabilità a qualsiasi tipo di ambizione personale e soprattutto la sua naturale incapacità di gestire il denaro.

Ma l’insicurezza maggiore risiede nel dover constatare che anche l’eredità morale del padre, fatta di amore per il sacrificio, di condivisione coi suoi compagni, di solidarietà e di coscienza di classe imparata e praticata in anni e anni di dure lotte, è diventata una bussola difettosa, dall’ago impazzito, oramai incapace di indicare la giusta direzione.

Gli resta solo l’orgoglio. Un orgoglio atavico che ha permesso alle generazioni che lo hanno preceduto, quelle che lui ritiene essere le sue radici genetiche, di difendere almeno la dignità.

Preso nel vortice di questo sbandamento Dan, detto “the big man” per la sua stazza sia fisica che morale, finisce in un giro di combattimenti di boxe a mani nude, un circuito clandestino di scommesse gestito dalla gang di Matt Mason, un malavitoso locale.

Dan ha però bisogno di un motivo valido per esprimere appieno il carico di violenza necessario a sconfiggere un avversario che egli sa, essere disperato e motivato quanto e forse più di lui. E questo stimolo lo trova nel cercare di diventare la molla attraverso la quale la gente della sua comunità possa avere la capacità di risollevarsi, di ritrovare la perduta fiducia e di ricominciare a lottare, unitamente come una volta, appunto come una comunità.

Ma al termine del vittorioso combattimento, “the big man” prende coscienza di non essere stato altro che uno dei minuscoli ingranaggi utili a un sistema creato per arricchire la parte più marcia della società di cui egli stesso è, nonostante tutto, parte. E allora scatta la solidarietà nei confronti del pugile, anzi dell’uomo che ha battuto, solo e abbandonato in un misero ospedale, a rischio di perdere la vista per i colpi ricevuti durante l’incontro di boxe, senza alcun compenso per la sola colpa di essere stato sconfitto.

L’offuscamento a quel punto si dirada e Dan ricomincia a vedere con chiarezza da quale parte della barricata deve combattere: dichiara guerra a Matt Mason, lo aggredisce, preleva dalla sua cassaforte una quantità di denaro necessaria ad aiutare l’avversario bisognoso di cure, ficcandosi in questo modo in un mare di potenziali guai.

A sorpresa Betty, la moglie, si schiera con lui, sospesa tra la stima e l’orgoglio per il suo uomo e il terrore della vendetta di Matt Mason, che sicuramente non tarderà a scatenare contro di lui la violenza dei suoi sicari. Magicamente, però, si ricrea intorno al protagonista una fitta rete di atti solidali: la sua gente gli si stringe intorno e non lo lascia mai solo, proteggendolo e re-imparando così a proteggere se stessa, attraverso la riscoperta di valori che sembravano perduti per sempre.

Anche ne La Fornace l’autore parla della vita di una famiglia operaia scozzese nell’era thatcheriana, e lo fa assumendo un particolarissimo punto di vista: quello di Tam Docherty, figlio di operai, dilaniato dallo scollamento dall’ambiente sociale da cui proviene che necessariamente produrrà la scelta di realizzare il suo sogno di diventare uno scrittore e un intellettuale.

Tam sente sulla sua persona tutto il peso della perversa ambiguità con la quale una società ingiusta offre il dono avvelenato dell’istruzione ai figli dei ceti più poveri col secondo fine di sradicarli dalla loro cultura, di far perdere loro identità e carica emotiva nei confronti di un potere che li ha sempre schiacciati e relegati all’interno di opprimenti ghetti.

In questo libro la conclusione di Mc Ilvanney è alquanto amara, dovendo egli constatare che quella classe che si è impegnato a spalleggiare e a raccontare nei suoi scritti, non esiste quasi più, inglobata nel corso degli anni ottanta, anzi fagocitata da quel mostro antropofago che è la società liberista, quella delle “città da bere”, società violenta, aggressiva, crudele, che non fa prigionieri, che non tollera le diversità e che tutto mastica e rende poltiglia indistinta.

Ma è nella raccolta di racconti Feriti vaganti che Mc Ilvanney ci offre la summa del suo pensiero, nonché la prova che quell’impegno dichiarato, di mettere la penna al servizio della sua gente, non era una boutade radical-chic ma un vero e proprio obiettivo di intellettuale militanza.

I feriti vaganti di Mc Ilvanney sono la gente comune delle città, sono la moltitudine di disperati che non fanno notizia, sono le nostre madri e i nostri padri umiliati e offesi, siamo noi stessi sfruttati e privati di ogni energia fisica e morale, sono i nostri vicini che frugano tra i rifiuti dei mercati alla ricerca di un frutto non del tutto marcio, sono i precari e i disoccupati privati dei più elementari diritti sanciti dalla Costituzione, sono i pensionati che dopo una vita di sacrifici stentano oggi a sbarcare il lunario.

Ma la bellezza e la forza di questo libro sta nel fatto che l’autore non si limita a mostrarci i profili di quelli che Carmine Mezzacappa, traduttore, studioso e amico di Mc Ilvanney ha definito “vittime in tempo di pace”, e le cicatrici che essi portano sul corpo e nell’anima; con un impietoso “j’accuse” Mc Ilvanney indica chi quelle lacerazioni ha prodotto.

Senza neanche sprecare il suo tempo facendo inutilmente nomi e cognomi rende immediatamente riconoscibili i pazzi criminali che hanno scambiato l’unico mondo che abbiamo, in un personale parco giochi.

Ma non tutto è plumbeo nel presente di questa plebe, nemmeno più “all’opra china”; la valvola di sfogo che impedisce a quelle pentole a pressione che sono oramai le società occidentali di esplodere, è rappresentata dall’aria scanzonata e dalla giovanile strafottenza dei giovani che non ci stanno, che rifiutano l’asfittico mondo che li circonda, pieni come sono della loro fantasia e della loro “cultura” che li rende capaci di bastare a se stessi.

In “Sognando”, il racconto che chiude la raccolta, grazie alla finzione letteraria, bacchetta magica che tutto permette di realizzare, il giovane protagonista immagina che mentre il padre sonnecchia davanti al televisore, aldilà dello schermo il Primo Ministro del suo Paese – ma la Lady di ferro potrebbe tranquillamente essere Sua Emittenza il Cavaliere, il presidente U.S.A. star di Hollywood  o il bugiardo petroliere texano – si lasci andare svelando così le nefandezze commesse e dichiarando, in un impeto di surreale sincerità: “I risultati di cui mi sono vantata in realtà non esistono.

Quello che il mio governo ha davvero fatto è stato di cercare di smantellare generazioni e generazioni di progresso nella nostra società. Abbiamo creato la disoccupazione di massa.

Abbiamo reso più ricchi i ricchi e più poveri i poveri. Abbiamo creato una nazione divisa. Abbiamo reso i vecchi miserabili e i giovani senza speranza. Il nostro primato è veramente abominevole e se voi aveste un po’ di buon senso non votereste di nuovo per noi”. (7)

*articolo tratto da Letteraria – rivista semestrale di letteratura sociale, n. 2, novembre 2009, Editori Riuniti (per gentile concessione).

Note

  1. “Margaret Thatcher – There is no alternative” di Marco Denti (2009) Bevivino Editore;
  2. “Registro segnali, sensazioni, frammenti di discorsi – Conversazione con William Mc Ilvanney” di Carmine Mezzacappa, professore presso la University of Kent at Canterbury;
  3. idem
  4. “Feriti vaganti: ritratti di vittime in tempo di pace” di Carmine Mezzacappa – postfazione a Feriti vaganti, vedasi nota 6;
  5. “Laidlaw. Indagine a Glasgow” (2000), traduzione di Carmine Mezzacappa; “Le carte di Tony Veitch” (2000), traduzione di Roberta Buffi e Carmine Mezzacappa; “Oscure lealtà” (2001), traduzione di Carmine Mezzacappa. Le opere citate sono edite in Italia da Giovanni Tranchida Editore;
  6. “The Big Man” (2003), traduzione di Nicola Lazzaro; “Feriti vaganti” (2004), traduzione di Nicola Lazzaro; “La fornace” (2008), traduzione di Cristina Cigognini. Le opere citate sono edite in Italia da Giovanni Tranchida Editore;
  7. Da “Sognando”, in Feriti vaganti – vedasi nota 6.
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Giuseppe Ciarallo
Giuseppe Ciarallo, molisano di origine, è nato nel 1958 a Milano. Ha pubblicato tre raccolte di short-stories, "Racconti per sax tenore" (Tranchida, 1994), "Amori a serramanico" (Tranchida, 1999), "Le spade non bastano mai" (PaginaUno, 2016) e un poemetto di satira politica dal titolo "DanteSka Apocrifunk – HIP HOPera in sette canti" (PaginaUno, 2011); ha inoltre partecipato con suoi racconti ai libri collettivi "Sorci verdi – Storie di ordinario leghismo" (Alegre, 2011), "Lavoro Vivo" (Alegre, 2012), "Festa d’aprile" (Tempesta Editore, 2015); suoi componimenti sono inclusi in varie raccolte antologiche di poesia: "Carovana dei versi – poesia in azione" 2009, 2011 e 2013 (Ed. abrigliasciolta), "Aloud – Il fenomeno performativo della parola in azione" (Ed. abrigliasciolta, 2016), "Parole sante – versi per una metamorfosi" (Ed. Kurumuny, 2016), "Parole sante – ùmide ampate t’aria" (Ed. Kurumuny, 2017). Scrive di letteratura e non solo su PaginaUno e Inkroci, collabora con A-Rivista anarchica e Buduàr, rivista on line di umorismo e satira. Fa parte del collettivo di redazione di "Letteraria/Nuova Rivista Letteraria" e "Zona Letteraria – Studi e prove di letteratura sociale" fin dalla fondazione.