Stelvio Mestrovich – La commedia nella leggenda

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Narra la leggenda che Lucida Samminiati, nobildonna lucchese del Seicento, fosse una donna di estremo fascino e irrimediabilmente libertina, al punto da far uccidere il primo marito per potersi dare a schiere di giovani amanti. Unita in secondo matrimonio con Gaspare Mansi, non avrebbe rinunciato alla sfrenatezza delle proprie passioni e avrebbe stretto un patto con il diavolo promettendogli la propria anima in cambio di trent’anni d’incorrotta bellezza. Si dice anche che, trascorsi i sei lustri, cercò inutilmente di ingannare il diavolo per sfuggire al proprio destino. Da allora sarebbe stata avvistata più volte aggirarsi nel palazzo di Villa Mansi a Segromigno e in altri luoghi.
Ma forse non può morire del tutto chi ha fatto commercio con il diavolo. Forse può ancora aggirarsi fra noi, e non in forma di fantasma, ma di spirito incarnato. Così, nel diario a ritroso di Lucida Mansi, la ritroviamo in carne ed ossa farsi ritrarre da Piero Beccafumi, discendente di quel David che la effigiò in vita, tra un amplesso e l’altro e in un sovrapporsi di passato e presente che trova nell’unione carnale il fulcro stesso dell’arte; o farsi amare dal novello sposo Adamo, che ne resterà ossessionato, il giorno stesso del suo matrimonio; o ancora assistere alle rappresentazioni teatrali di un gruppo di tossicodipendenti all’interno della propria villa a Segromigno in Monte – rappresentazioni che l’autore mette in scena con inedita perizia teatrale.
Come afferma Raffaello Bertoli nella prefazione, chi è morto non ha futuro, non può guardare davanti a sé, ma solo alle proprie spalle, e dunque il romanzo non può che concludersi nel parco di Villa Mansi, con una morte che forse non è che l’ennesima della protagonista, preludendo forse a un’ulteriore rinascita.

Stelvio Mestrovich è scrittore raffinato, e intesse le malìe del suo stile attorno a una figura mitica che, come tutte le leggende, non muore mai completamente. Tutt’altro che diafana apparizione, Lucida non può che aggirarsi ancora tra noi, tentarci con il suo fascino sensuale, farci cadere tra le maglie della sua seduzione.
È difficile abbandonare la maliarde pagine di questo breve romanzo, costruito con accurato e diabolico meccanismo narrativo, senza desiderare di tornarvi alla prima occasione. Né sono da meno i dodici racconti che seguono, divisi in tre parti.

L’arte è sicuramente il fulcro di tutte le storie, a partire dalle cinque ambientate tra le Calli mortali di Venezia dove conosciamo Ferruccio Pianigo, il pittore più ricco e meglio pagato che sia mai esistito e, paradossalmente, il meno conosciuto; o il madonnaro Saverio, che incontra al Campiello del Verziere la figlia di un facoltoso gioielliere mestrino, senza che le sue opere possano acquisire maggior consistenza; o ancora Jacopo Nasolin, squerarolo cui viene sottratta quella che diventerà La gondola fantasma, almeno finché non verrà ritrovata da due fedeli servitori dell’Arma attraccata alla disabitata isola di Poveglia, dalla fama sinistra; e Simone Pascetti, archeologo musicale, che ritrova Lo spartito di un suo antenato, il quale non deve, non può essere eseguito; per finire con Zen, gatto amato dal libraio che se ne è fatto adottare e odiato dalla sua consorte, che vorrebbe vederlo morto – ma i gatti, come Poe insegna, riservano sempre sorprese.

Ci trasferiamo quindi all’est, dove si aggirano Ombre russe, e scopriamo che cosa Accadde a un camionista quando ebbe la malaugurata idea di raccogliere per strada un’insolita ragazza; o sul Filobus 64 di Mosca, dove l’abitudinario signor Sysoyev viene condotto in un viaggio molto diverso dal solito. Apprendiamo anche la mesta storia del più abile Danzatore di Pisjadka che la Russia abbia mai conosciuto, e che perse l’arte per amore, e quella dell’Uomo che non vedeva i mandarini, e ancora quella dell’Uomo senza ombra che, al contrario del Peter Schlemihl di Adelbert von Chamisso, scopre un modo inedito di riacquistare quel velo di oscurità che solitamente ci accompagna.

Concludiamo il nostro viaggio nelle Arcadie, con il violinista Emmanuel Bonnewitz che dedica un insolito concerto all’Arciduca, e con Giulio, professore di lettere antiche, che trova in una chiesetta il compimento del proprio cammino letterario. Si chiude dunque nella luce di una rivelazione questo libro che mette in scena una serie di insoliti misteri, che racchiudono in sé il mistero più grande e più privo di risposte, quello della nostra esistenza.

Stelvio Mestrovich ci coinvolge con una scrittura minuziosa ma mai pedante, trascinandoci nelle sue narrazioni con asciutta e calibrata semplicità, senza perdere di mordente e con il fascino proprio del perturbante. Guidato dall’Arte nelle sue molteplici forme, utlizza la Storia per portarci a cavallo del mito, anzi, di quei piccoli miti che meglio interpretano la disperata insensatezza della vita.
La commedia nella leggenda è una storia intrigante come la sua protagonista, e quelle che seguono ne sono l’esemplare corollario.

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Heiko H. Caimi
Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha tenuto corsi di scrittura presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. L’ultimo suo lavoro è il romanzo "I predestinati" (Prospero, 2019).

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