Silvia Avallone – Acciaio

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Il romanzo racconta il passaggio tra l’infanzia e l’adolescenza di Anna e Francesca, amiche inseparabili, sullo sfondo di una delle tante realtà industriali del nostro paese (in questo caso quella di Piombino).
L’idea è interessante, ma i personaggi sono stereotipati, imprecisi e le loro psicologie superficiali; del resto ogni elemento del romanzo, inclusa l’ambientazione, trasuda cliché da sceneggiata degli anni Settanta, annacquati in puro stile fiction televisiva: scenari degradati, operai schietti innamorati della ragazza di estrazione borghese, malavitosi da operetta, belle fanciulle maledette, giovanotti arrapati, fabbriche infernali da manuale, casalinghe disperate, secchione racchie, paralitiche sagaci. Silvia Avallone descrive un pietoso quadretto privo di sfumature, in cui le scivolate nel cattivo gusto (soprattutto in certe descrizioni e allusioni) superano la quota tollerabile in un romanzo di ben 350 pagine. L’elemento “scandaloso” viene e risolto in un banale voyeurismo pruriginoso, e l’utilizzo di un vocabolario gergale, unito all’abolizione dei congiuntivi, non bastano a creare un effetto di realismo. Non si tratta di una questione di stile: l’uso della punteggiatura è distratto, i termini usati sono troppo poco “toscani” (e quindi improbabili, in un romanzo ambientato in provincia di Livorno), e l’abbondanza di parolacce è gratuita e spesso decontestualizzata.
Anche la città di Piombino viene liquidata in modo riduttivo e generalizzato, così come la vita in fabbrica e le condizioni degli adolescenti moderni.
Nonostante tutto Acciaio è un romanzo che si legge alla svelta, in una notte o durante un viaggio, e ha un buon ritmo; ma questo non basta a farne letteratura: è soltanto una riuscita operazione di marketing. Una delle tante che a distanza di qualche anno non lasciano alcuna traccia di sé.

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