Piero Cipriano – Il manicomio chimico

0
79

Uno psichiatra riluttante 

Non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente. È una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Le parole di Franco Basaglia aprono il coraggioso libro di Piero Cipriano, psichiatra e psicoterapeuta, che in questo saggio, godibile come un romanzo, racconta la cura della malattia mentale con spietata lucidità.

L’idea di fondo dell’opera è che attualmente in Italia, su modello degli Stati Uniti, vi sia un abuso indiscriminato di psicofarmaci. Condizioni niente affatto anormali, quali un lutto, una separazione, un periodo di stress, in una società centrata sull’efficienza vengono frequentemente patologizzate e risolte con la prescrizione di ansiolitici e antidepressivi. Benché l’autore non sia preventivamente contrario all’uso di questi farmaci, sottolinea come tali assunzioni debbano essere l’estrema ratio, dimostrando in modo circostanziato come, in molti casi, la cura sia peggiore del male.

Perché quindi tale abuso? Cipriano punta il dito contro le case farmaceutiche, ma soprattutto contro gli psichiatri blasonati, che delle case farmaceutiche sono il megafono e che istruiscono nelle università futuri professionisti destinati a perpetuare, acriticamente, pratiche consolidate da decenni.

Altro tema spiazzante è il modo in cui la malattia mentale viene trattata all’interno degli ospedali: si passa dalla somministrazione di cocktail di farmaci all’elettrochoc (attualmente utilizzato in molte strutture) e alla coercizione fisica, quest’ultima in particolare affrontata come un problema etico. Anche qui la condanna impietosa viene mossa contro un sistema in cui il personale infermieristico sottodimensionato non ha spesso altra alternativa che la contenzione fisica. E ancora Cipriano non risparmia i numerosi colleghi che, infarciti di un pensiero unico veicolato dalle università e dalle case farmaceutiche, non si interrogano se un’altra psichiatria sia possibile.

Dal saggio emerge tutta la frustrazione di un medico che, avendo fatto proprio l’insegnamento di Basaglia, lo vede tradito ogni giorno nella pratica psichiatrica, che priva l’internato della sua soggettività per ridurlo a un corpo-oggetto. E il riferimento insistito ad Eichmann, alla banalità del male di un mediocre funzionario dell’orrore, non appare pretestuoso.

Un saggio scomodo e coraggioso, una lettura che mette in discussione molte certezze.

Lascia un commento

Scrivi un commento
Per favore inserisci qui il tuo nome

inserisci CAPTCHA *