Nivangio Siovara – In Albis

“Beata la casa che non ha bisogno di eroi”

E se le nostre convinzioni e le convenzioni più radicate, quelle che ci portiamo dentro da tutta la vita, crollassero? Se tutto ciò che riteniamo opportuno, socialmente corretto, su cui basiamo la nostra vita famigliare e sociale, improvvisamente si sgretolasse? E se il tutto fosse architettato dall’Uomo Nero in persona, che per l’occasione ci inganna con un bel vestito bianco, tanto da essere scambiato per un angelo, aiutato da un topolino stregato?
Sembra la trama di un racconto per bambini, una di quelle storie dove alla fine si scopre che il bene vince sempre; ma non lo è. Anzi: veder affiorare bisogni umani, intime necessità represse dall’abitudine, dal Così non si fa, così non si deve potrebbe essere non solo destabilizzante, ma fatale.

In Albis inizia con la morte di Mukil, il gatto di casa. Che cosa fare? Dirlo ai figli, rischiando di turbarli troppo, o inventarsi un’improbabile convocazione di Mukil all’Accademia Grande dei Buoni Felini di Casa?
Quella morte scatena un’escalation di situazioni che fin dall’inizio lascia presagire un fiume in piena che nessuna diga sociale, nessuna convenzione può fermare. Pensieri affiorano nei personaggi: Quanta energia sprechiamo per non essere ciò che davvero siamo oppure Non sia mai che stiamo qui a dirci cose intelligenti. Diciamoci cose rassicuranti; sembra di assistere a un risveglio di coscienza, ma non dobbiamo dimenticare che il tutto è architettato da colui che ognuno di noi, prima o poi, ha conosciuto come L’Uomo Nero.

L’uso inconsueto della punteggiatura e il periodare a tratti lungo, a tratti sincopato, rendono la lettura avvincente e inquietante.
Ma la vera forza del romanzo è nella sua capacità di smascherare l’ipocrisia e i luoghi comuni attorno ai quali ruota il nostro concetto di famiglia, senza indulgenza ma con empatica compassione.
Una di quelle storie che non lasciano indenni e che non ci si dimentica più. Memorabile.

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