Massimo Vaggi – Gli apostoli del ciabattino

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In seguito a una febbre infantile il piccolo Giuseppe, ultimogenito di una famiglia di contadini del bolognese, sembra diventare svagato, al punto che Dante, suo padre, lo considera ritardato.
Sempre con la testa fra le nuvole, Giuseppe cresce in una sorta di dimensione parallela, popolata dai personaggi delle parabole contadine raccontategli dalla madre Lina, e sviluppa un carattere testardo che lo porta a difendersi dal padre attraverso l’unica arma in suo possesso: un mutismo esasperato.
A scuola si dimostra capace, ma il padre gli impedisce di proseguire gli studi perché scrivere e far di conto è quanto basta a un contadino per lavorare la terra senza farsi imbrogliare. Quando, da adolescente, si innamorerà di Maria, figlia di un bracciante della zona, troverà finalmente la forza di parlare a Dante per chiedere il permesso di sposarla, ma il padre risponderà con un veto. Nel frattempo le lotte dei contadini vengono spente dalle bande al soldo degli agrari e dagli squadristi: il fascismo si diffonde a macchia d’olio fino a toccare la famiglia di Giuseppe, che sarà costretto a partire per il fronte eritreo.

Diviso in due parti, il romanzo di Massimo Vaggi si svolge in un periodo di tempo che va dal primo dopoguerra (1923) alle guerre coloniali (1936).
Nella prima parte, “La casa”, si raccontano le vicissitudini di Giuseppe e della sua famiglia: il padre, così radicato alla terra da concepire l’esistenza solo come lavoro bruto, unico riscatto possibile dalla miseria; la madre, figura dolce ed eccentrica, fondamentale per la formazione del protagonista; il fratello Giovanni, il primogenito, reduce della Grande Guerra e traumatizzato dalle fucilazioni dei disertori; la sorella Serena, preoccupata solo di trovare un uomo che l’impalmi, e la sorella Esterina, l’unica con la quale Giuseppe riesca ad avere un rapporto, grazie forse al fatto che ha soli tre anni più di lui.
Nella seconda parte, “L’Africa”, l’autore si concentra sulla colonizzazione vista dal basso, attraverso gli occhi semplici di Giuseppe e dell’unico amico che riesce a farsi, il napoletano Pasquale, che ha una visione del mondo molto pragmatica ma, allo stesso tempo, molto solidale. L’incontro con il nero Teclé gli mostrerà chiaramente che in quel Paese bisogna frequentare gli uomini in ragione del colore della loro pelle o della loro divisa, secondo una scala gerarchica di divieti diversamente sanzionati.
Sempre obbediente fin dall’infanzia, Giuseppe si trova smarrito in un mondo, quello della guerra, che non comprende e che non condivide, pur senza saperne il perché; lui, che anche in Eritrea distingue la terra arida da quella fertile assaggiandola, come gli ha insegnato il padre, capirà lucidamente le intenzioni coloniali fasciste: calpestare quell’umanità con i loro stivali e bombardarla con la loro potente aviazione. Ma non saprà che cosa fare. E i fusti di iprite che vengono sganciati nell’ultimo capitolo sono l’avanguardia di una guerra chimica che nemmeno ufficiali e soldati sanno afferrare.

I temi dell’inadeguatezza e dello spaesamento di fronte alla realtà dominano tutto il romanzo, dove un efferato capitolo della Storia italiana viene magistralmente narrato dall’autore attraverso le storie minime dei suoi veri protagonisti, quelli che la Storia non la scrivono ma la subiscono, partecipandola nella loro inconsapevolezza. E grazie a questa visione dal basso evita qualsiasi rimozione della responsabilità collettiva.
Là in alto, nel cielo, volano i mostri meccanici creati da Giovanni Battista Caproni, che plasmano il futuro con la loro corsa e la loro inarrestabile azione, con la loro futurista velocità. Lontano dagli uomini e privi di compassione.
La chiave di lettura dell’opera è contenuta nella parabola apocrifa raccontata da Lina al figlio Giuseppe, che dà il titolo al libro.
Un romanzo profondamente umano e toccante, che resta nella memoria e ci rammenta che se si guardano i fatti degli uomini da lontano le differenze risultano sempre minime.