Massimo Carlotto – Niente, più niente al mondo

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Personaggio principale: una madre di mezza età. Personaggi secondari: suo marito, sua figlia. Ambientazione: un quartiere popolare di Torino. Tempo: oggi.
Massimo Carlotto racconta, in un mirabile monologo, una tragedia familiare che erompe da una quotidianità senza prospettive, da un’ignoranza fatta di pregiudizi, da uno Stato che ha smesso da tempo di garantire diritti e servizi.

La narrazione in soggettiva giova a questa opera breve, il cui titolo è estratto dal testo della canzone “Il cielo in una stanza”, emblema e promessa, per la protagonista, di sogni irrealizzati, cristallizzati in una frase che diventa ossessione e paradigma dell’infelicità. Le uniche chimere ancora vive sono quelle che potrà –anzi, dovrà- realizzare la figlia, per riscattare la madre dalla nientità cui si è lasciata ridurre. E, se la figlia non vorrà farlo, sarà responsabile in vece sua. Perché la responsabilità è sempre e solo degli altri: di un marito che non ha saputo realizzare i suoi sogni di benessere e la costringe a lavorare come donna delle pulizie per arrivare a fine mese; di una figlia che rifiuta di sacrificarsi e di svendere il proprio corpo per comparire in tivù, unica vera possibilità di riscatto per la povera gente, o di sfruttare la propria bellezza per farsi sposare da un uomo in grado di garantire benessere a lei e ai suoi cari. Con una famiglia così, a una madre non resta che affogare la disperazione nel bere.
I naufragi dell’esistenza generano frustrazione e dolore, fragilità ed esasperazione, rancore e una rabbia inestinguibile, irragionevole. Che può sfociare nella furia incontrollata di chi (isolato dal mondo e con unico riferimento la televisione) si vede sottratte tutte le speranze e ha deciso di fare della propria prole il capro espiatorio.

Lo stile è asciutto, lineare e apre con lucidità squarci inquietanti sulla società liquida nella quale ci troviamo ad affogare. In un pugno di pagine Massimo Carlotto ci mostra lo spettro di una collettività che non è più abituata al pensiero, ma solo alla rivalsa e alla riprovazione del prossimo, in primis di quella gente lì, gli extracomunitari, tutta feccia che porta via il lavoro agli italiani. Una rabbia sociale che erutta dalle delusioni personali, da un mondo basato su un classismo sempre più esasperato (ma mascherato da buonismo), da un individualismo cieco che non ci permette più di riconoscere l’altro come nostro prossimo.
Carlotto sfrutta una serie di cliché proprio per mostrarci la povertà dei luoghi comuni di cui ci nutriamo, rimbambiti tra la televisione con i suoi modelli irraggiungibili e il consumismo con le sue offerte speciali, che riducono la nostra vita a stereotipo e mercificazione: lo fa con stringata efficacia, coinvolgendo il lettore nel punto di vista della madre (e, per poche pagine, in quello non meno povero della figlia) con incisiva verosimiglianza. Come diceva Woody Allen: “La vita non imita l’arte, imita la cattiva televisione”.

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Heiko H. Caimi
Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, abrigliasciolta e altri. Ha tenuto corsi di scrittura presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. L’ultimo suo lavoro è il romanzo "I predestinati" (Prospero, 2019).

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