Ludovico Ariosto – Satire

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“La mia poltrona per una rapa”

Cosa pensereste della vita di Ludovico Ariosto, un autore capace di creare un poema come l’Orlando furioso, definito, citando Calvino, un universo a sé, vissuto in un mondo come quello del XVI secolo, dove tutto cambiava pur restando immobile, e in un paese come l’Italia, dove bastava conoscere un cardinale per far carriera? Forse ve lo immaginereste come un uomo di corte, attento a soddisfare il potente di turno e a scalare l’insidiosa montagna della società.
Niente di tutto questo: in queste sette satire, scritte tra il 1517 e il 1525, Ariosto dipinge se stesso come un uomo al quale importa solo la libertà. E la libertà cui si riferisce non è tanto quella del pensiero, già proclamata da troppi, ma piuttosto quella di poter fare ciò che si vuole e godersi la vita.

Quando nel 1517 il cardinale Ippolito d’Este lo vuole portare in Ungheria, Ariosto scrive la prima satira al fratello Alessandro: inizia prendendosi beffa dei cortigiani, che con le loro lusinghe e i loro sorrisi fanno di tutto per ingraziarsi il loro signore, poi si lamenta che lassù, sotto il Polo (che poi l’Ungheria tanto vicino al Polo non è), fa troppo freddo, che il caldo delle stufe infesta le stanze e che il vino è troppo forte: Ludovico addirittura allunga quello toscano con l’acqua. E poi non può abbandonare la famiglia, nella quale c’è anche un paralitico. Insomma, vorrebbe poter starsene tranquillo e scrivere versi.

Ma qualche viaggio lo deve pur fare, e la seconda satira ci racconta quello a Roma. Qui l’Ariosto ne ha per tutti: per i frati che una volta seduti a tavola non odono più il campanello; e per le infinite attese prima che qualche alta carica ecclesiastica possa concedere udienza: talmente impegnata, dice il poeta, che farebbe aspettare persino Gesù Cristo. Rifiuta anche l’offerta di diventare arciprete, fattagli da un vecchio che temeva lo avvelenassero per sottrargli la carica. L’Ariosto lo ribadisce: meglio la libertà che il più illustre cappello cardinalizio romano.

Il tema della libertà continua a ritornare nella satira terza, quando si paragona a una rondine che in un giorno di gabbia muore, e diventa perfino commuovente nella successiva: nella quarta è ormai da un anno commissario ducale e non ce la fa proprio più. Leggendo i suoi versi sembra quasi di osservarlo dall’alto e ci viene inevitabilmente un pensiero: “Ludovico, che diavolo ci fai, tu che hai scritto l’Orlando furioso, in mezzo a questi idioti che si ammazzano per il furto di due capre?”
E forse anche noi potremmo chiederci se ciò che facciamo è davvero quel che vogliamo fare.

La quinta satira parla del matrimonio, e Ludovico dà consigli al cugino Annibale su come dovrebbe essere una donna da sposare: l’importante, gli dice, è guardarne la madre. Diventerà di certo come lei.
La sesta è di certo la meno divertente: è indirizzata al poeta Pietro Bembo e gli chiede consigli per l’educazione del figlio Virginio. Per l’Ariosto ormai al mondo solo la poesia è incontaminata; l’unico problema sono i poeti, che considera quasi tutti dei sodomiti.
La settima e ultima, scritta come tutte in terzine dantesche, rimarca ancora più fortemente il desiderio del poeta di starsene tranquillo a scrivere i suoi versi, di rimanere vicino alla propria terra e, sebbene lo tenga nascosto, di stare con l’amata Alessandra Benucci.

Le satire dell’Ariosto sono ormai vecchie di cinquecento anni, ma lette oggi ci mostrano quando poco il mondo sia cambiato: ancora cerchiamo la scalata al potere e ancora tutto gira intorno ai soldi. Questo libretto suscita un bisogno di libertà immenso: non una libertà astratta, che rimanga solo sulla carta, ma una libertà che riguardi innanzitutto noi stessi, ché l’Ariosto è rimasto solo tre anni a fare il governatore in mezzo agli assassini, e poi è tornato nella sua Ferrara per dedicarsi alla propria arte; ma qualcuno rimane invischiato sulla propria poltrona per sempre.

Bastano due terzine tratta dalla terza satira per riassumerci il suo pensiero:

Chi brama onor di sprone o di capello,
serva re, duca, cardinale o papa;
io no, che poco curo questo e quello. 

In casa mia mi sa meglio una rapa
ch’io cuoca, e cotta s’un stesso me inforco,
e mondo, e spargo poi di acetto e sapa.

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