Jonathan Coe – La banda dei brocchi

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Leggetelo e saprete finalmente che cosa sono l’estratto di carne Bovril e il cioccolato Dairy Milk. Leggetelo e misurerete una volta per tutte la distanza fra il rock progressivo degli Yes e il punk dei primi Clash. Leggetelo e vi sarà davvero chiara la differenza che a Birmingham passava fra il King William, la scuola migliore della città, e il quartiere-ghetto di Handsworth, dove vivevano (e forse vivono ancora) gli immigrati giamaicani.

Insomma, se lo leggerete, sulle labbra, nelle orecchie, davanti agli occhi e nella testa in poco tempo vi resteranno i sapori, le musiche, le immagini e le idee di un paese che ormai non esiste più se non nel ricordo, di un paese dove governava con pugno di ferro la signora Thatcher, dove Enoch Powell annunciava l’avvento dei “fiumi di sangue”, e dove esplodevano le bombe degli indipendentisti irlandesi: in breve, dell’Inghilterra degli anni Settanta.

Tante volte ci sono passati per le mani i cosiddetti “romanzi di formazione”. Tante volte ci siamo immersi nelle storie di ragazzi e di ragazze colti nel problematico tragitto dalla condizione di bambini a quella di giovani. Anche La banda dei brocchi di Jonathan Coe rende omaggio a questo modello, e ci narra la storia della maturazione di quattro adolescenti di Birmingham, il protagonista Benjamin Trotter e i suoi compagni Harding, Anderton e Chase, in una rappresentazione corale ove si dipanano anche le vicende parallele dei loro familiari e dei loro amici, lungo un percorso ininterrotto di felicità e di tragedie, di miserie e di amori.

Eppure c’è qualcosa di diverso in questo libro, qualcosa che lo rende più fresco, più leggero e insieme più pregnante rispetto a tanti altri esempi ultimamente pubblicati. Qualcosa che ce lo fa considerare una inaspettata, preziosa sorpresa, e un po’ ci fa rimpiangere il tempo trascorso, inconsapevolmente persi in altre letture, senza averlo potuto conoscere prima. Se, raffreddando l’entusiasmo, tentiamo poi di dare una forma più razionale a ciò che tanto ci è piaciuto dell’arte di Coe, due sono le qualità che in questo romanzo ci balzano agli occhi, due aspetti che, a ben giudicare, sono uniti saldamente, quasi fossero parti indistinguibili nate dall’esercizio di un medesimo talento.

La prima caratteristica non costituisce, a dire il vero, una novità, dal momento che accade spesso di incontrarla in molti testi moderni, libri o film che siano. Si tratta della tipica struttura a incastri giustapposti, ove la materia appare all’inizio franta e dispersa, e viene declinata in molteplici scansioni di generi e di stili, per poi chiarirsi nel finale della storia. Appare evidente che anche La banda dei brocchi non si offre alla lettura come un unicum, ma anzi risulta composto di parti distinte e giocato su approcci linguistici e tematici differenti. Così, accanto alle classiche descrizioni di ambienti e di personaggi si trovano frammenti di diario e stralci di dattiloscritti; ai dialoghi e alle riflessioni d’autore si alternano testi di canzoni alla moda e articoli di giornale; alla narrazione in terza persona, che è la voce predominante della vicenda, si affiancano qua e là “storie nelle storie” in prima persona singolare, come lo splendido racconto che apre la seconda parte del libro e il sorprendente monologo interiore del capitolo finale.

Dobbiamo comunque ammettere, dopo la lettura di questo romanzo, che da tempo non gustavamo un’abilità di costruzione tanto funzionale al racconto, e nel contempo così fluida e apparentemente priva di artificio.

Tutto, a differenza di altri testi, ha un senso ne “La banda dei brocchi”. Tutto sembra collocarsi con facilità nel posto giusto al momento giusto. È difficile infatti notare una vera e propria stonatura nel romanzo di Coe: potremmo forse segnalare qualche eccesso nella tragicità di alcuni accadimenti, tanto dolorosi da apparire stereotipati, o qualche sporadica ingenuità nella rappresentazione dei sentimenti di alcuni personaggi.

Ma si tratta, a nostro giudizio, di peccati veniali, facilmente perdonabili se paragonati all’impressione di credibilità dell’opera, e alla sua capacità di rendere mimeticamente la complessità del reale. Questa intrinseca naturalezza è da attribuire, secondo noi, alla seconda caratteristica vincente dell’autore: alla sua scrittura o, per dir meglio, alla pieghevolezza e alla duttilità del suo stile. Sorreggendosi sulla struttura di cui si è già parlato, la sua prosa – coadiuvata, per quello che possiamo intendere, da un’eccellente traduzione – riesce infatti scintillante e a tratti spassosa senza essere dozzinale, precisa nella rievocazione senza essere calligrafica, nostalgica e a volte struggente senza scadere nella melensaggine, netta nei giudizi senza indulgere al moralismo. Da questa capacità di orchestrare, anche con qualche ricercata dissonanza, le molte voci della vicenda derivano, a nostro giudizio, la leggibilità e il fascino insieme sorridente e pensoso del libro.

Proprio all’inizio de La banda dei brocchi, uno dei personaggi afferma che la storia che si appresta a raccontare (che è poi la storia narrata nel libro stesso) “non ha una vera fine, [anzi] si interrompe e basta”. Sembra quasi una dichiarazione programmatica, in cui l’autore affermi, per interposta persona, la mancanza di senso di ogni umana vicenda, al di là dello scorrere indifferente e meccanico della vita. Eppure, se ci si chiedesse, come si faceva un tempo, di ravvisare in questo romanzo la morale suggerita da Coe, noi la indicheremmo nei valori della tolleranza e, se non proprio del perdono, del bisogno di comprensione fra gli esseri umani.

È questa, come spesso accade nella letteratura moderna, un’affermazione tutt’altro che netta, anzi un po’ dubbiosa, quasi che l’autore la negasse proprio nel momento in cui la fa intravvedere ai lettori. Tuttavia se ne scorgono qua e là i segni, disseminati soprattutto nella seconda parte del libro, proprio quando Benjamin inizia a riappacificarsi con se stesso e con il mondo: è questo, secondo noi, il senso della storia del suo incontro-scontro, insieme all’amico tedesco, con i fratelli ebrei conosciuti durante la vacanza in Danimarca; è questo il senso del suo rapporto in chiaroscuro con il patriota gallese, zio di Cicely, che gli consente, forse, di rendersi conto delle durezze della dominazione inglese e, retrospettivamente, di farsi una ragione dell’attentato subito dalla sorella Lois da parte dell’IRA; è questo il senso dell’amore sbocciato fra gli stessi Benjamin e Cicely che, a nostro modo di vedere, non simboleggia solo un’esplosione di sensualità, ma segna anche il sorgere di un nuovo equilibrio dopo una lunga vicenda di incomprensioni e di dubbi che non aveva mai permesso loro di incontrarsi veramente.

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Michele Curatolo
Un altro uomo invisibile che galleggia in mezzo al mare del nulla, è arduo definirlo sia per tratti somatici che per età. Campa la vita lavorando, di contraggenio, in uno dei templi assoluti della brescianità e, ciò nonostante, ne prende ispirazione per le cose che scrive. Espulso da tutti i circoli cui si è aggregato, gli amici lo chiamano “Wikipedia” a causa dei discorsi incomprensibili e della pronunzia, che confonde in un unico suono le erre, le elle, le vu, le pi, le bi, le esse e le effe. Sostiene di essere pacifista, ma si vanta di aver redatto, molto tempo fa, alcuni testi rivoluzionari per un ex-guerrigliero irascibile e avarissimo, ora convertitosi al libero mercato.

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