Jonathan Littel – Le benevole

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Le benevole narra l’epopea tragica di Max Aue, ora florido industriale ma un tempo ufficiale nazista, prendendo le mosse dalla sua giovinezza, nutrita di ottimi studi, durante la quale sviluppa un torbido rapporto con la sorella; poi passa ad analizzare la sua brillante carriera nelle SS e le sue ambigue amicizie, e lo seguiamo mentre traccia le linee della propria esistenza senza compiacimenti, ma anche senza rimorsi.
Le benevole del titolo sono le Erinni, creature mitologiche che prima tormentano e poi placano l’animo del protagonista, in oltre novecento pagine di deliri psicologici e particolari scabrosi. Aue è un nazista quantomeno improbabile: ha una personalità da schizofrenico, ma non rassomiglia nemmeno lontanamente al lucido folle cui ci ha abituato ben altro tipo di letteratura. Non hanno sorte migliore, nelle mani di Jonathan Littel, molti altri personaggi, le cui caratterizzazioni malriuscite non riescono in alcun modo a renderli memorabili.
Lo stile è piatto, privo di vera emozione e dell’afflato epico delle grandi narrazioni storiche: l’esposizione manca di organicità e si riduce spesso a lunghe liste di particolari, del tutto inadatte a evocare atmosfere o a creare descrizioni credibili.

Le benevole è stato presentato come un romanzo sulla Shoah vista dalla parte dei nazisti, ma l’impressione è che l’ambientazione storica sia solo un espediente per sfruttare le possibilità offerte da uno scenario così drammatico, in cui un protagonista allucinato e sadico come Aue poteva offrire il meglio di sé. Manca inoltre qualsiasi autentica volontà di denuncia o di critica, il che rende l’opera ancora più insignificante.

Un romanzo sopravvalutato, tronfio, decadente in modo artificioso, troppo spesso prolisso e noioso. L’ennesimo caso editoriale in cui l’effetto sensazionalistico è stato in grado di oscurare il reale valore artistico dell’opera.

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