Ilaria Tuti – Fiore di roccia

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In questa notte di inquietudine, affioriamo dall’oscurità come se vi fossimo avvezze, ma in realtà non lo siamo affatto. Abbiamo grandi occhi lucidi, ventri concavi e schiene vigorose avvolte negli scialli neri della tradizione. […] «Io vado. Agata, tu che cosa vuoi fare?» mi precede Lucia, all’improvviso. Per un attimo non trovo le parole. Che cosa voglio fare? Non me lo ha mai chiesto nessuno. Guardo queste donne, le mie amiche. Viola, l’esuberanza e l’entusiasmo. Caterina, la saggezza pacata e a volte ruvida della maturità. Maria, un po’ discosta, il rosario tra le dita e sempre una preghiera sulle labbra. So che la mia risposta chiamerà, come in una catena, anche le loro, e questa consapevolezza mi spaventa: sono un uccello da richiamo che forse canterà per imprigionarle in un’impresa suicida. Ma poi Lucia mi sorride, di quei sorrisi che conducono l’anima alla docilità. «Vengo con te» mi sento uscire dalle labbra.

In Fiore di roccia Ilaria Tuti racconta una storia sconosciuta al grande pubblico, quella delle Portatrici Carniche: le donne friulane che operarono lungo il fronte della Carnia durante la Prima guerra mondiale. Sorta di corpo militare mai riconosciuto, le Portatrici aiutarono gli uomini nelle trincee trasportando nelle loro gerle, lungo sentieri impervi, viveri e munizioni.
Protagonista del romanzo è Agata Primus, personaggio che si muove tra fatti realmente accaduti e che diventa emblema della resilienza di tutte quelle donne, figlie e madri, che lottarono per la libertà.

Sulla Carnia fischiano le bombe sganciate dagli austriaci, sibilano nell’aria i proiettili. Mille metri più in basso, le donne li sentono e pregano che i loro uomini non ne vengano colpiti.
Anche Agata prega. Lei che ha lasciato gli studi per prendersi cura del padre malato, lei che ha una casa piena di libri e nessun tempo per leggerli, perché la Grande Guerra è arrivata e l’ha resa una Portatrice. Ogni mattina, all’alba, corre ai magazzini militari a valle, riempie la sua gerla con venti, trenta, a volte quaranta chili di viveri per i soldati e affronta di petto la montagna. Cammina per ore, nella neve che le arriva fino al ginocchio, per raggiungere il fronte. È un percorso estenuante, pericoloso, che compie in compagnia di altre ragazze, volontarie come lei. È una vita durissima, ma Agata è forte e determinata, ha il sangue freddo di chi vuole combattere. Impara a farsi rispettare dai soldati, a farsi conoscere dai comandanti.
Le sue certezze, però, vacillano quando un cecchino austriaco la vede e lei, d’istinto, gli spara. Quella stessa notte, il pensiero del soldato abbandonato sul sentiero non le dà pace. E così decide di andare a prenderlo.

(Per gentile concessione di Sognaparole Magazine)


Nota
Ilaria Tuti sa restituire, al di là di ogni retorica, il ruolo determinante delle Portatrici, del loro coraggio, della loro generosità e abnegazione, della loro profonda dignità in un’epoca nella quale le donne dovevano solo badare alla casa e alla famiglia: la nostra capacità di bastare a noi stesse non ci è riconosciuta, né concessa. L’abbiamo tessuta con la fatica e il sacrificio, nel silenzio e nel dolore, da madre in figlia.
La scrittura asciutta, mai ridondante, precisa e senza sbavature, l’accurata ricostruzione storica e l’acume nella resa dei personaggi fanno di Fiore di roccia un grande romanzo, dimostrando, se mai ce ne fosse stato bisogno, che Ilaria Tuti è una narratrice di razza, capace si scrivere a tutto tondo, anche al di fuori del genere che l’ha resa famosa. Una delle migliori e più interessanti voci della narrativa italiana (ndde).

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