Angelo Ferracuti – Il costo della vita. Storia di una tragedia operaia

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Venerdì 13 marzo 1987. Tredici operai muoiono asfissiati, intrappolati nei doppifondi della nave gasiera Elisabetta Montanari. Per due di loro è il primo giorno di lavoro. Tredici lavoratori in nero, ignari e non specializzati: “il mercato nero della merce uomo”. Una strage. L’azienda “puntava esclusivamente ad avere i minori costi possibili, i tempi di consegna più rapidi e la massima flessibilità”. Il caporalato era la norma. Incidenti ce n’erano quasi tutti i giorni. Mancava completamente un piano di emergenza. I lavoratori erano costretti a lavorare “al freddo in un cunicolo di appena 60-70 centimetri”.

Quando arrivano i soccorsi gli idranti predisposti non funzionano. Le pompe antincendio non si sono. I pompieri cercano di forare lo scafo ed estrarre i lavoratori, sperando di trovarne di ancora vivi. Uno dei capisquadra cerca di impedirglielo, perché i proprietari non vogliono buchi sulla nave. I pompieri li fanno lo stesso. Racconta Andrea Martini: “Li abbiamo trovati quasi subito (…), uno (…) dove Arienti e i capisquadra non volevano assolutamente tagliare”.
Enzo Arienti, il “padrone”, è “di una tranquillità assoluta, era impassibile, sembrava che non fosse accaduto nulla”. Anzi, sguinzaglia i suoi luogotenenti a recuperare i libretti di lavoro dei tredici dalle loro famiglie, senza informarle della tragedia, per coprire il giro di assunzioni in nero. Prototipo del piccolo imprenditore italiano, Arienti si pensa al di fuori della legge e non crede di dover rispondere dei reati commessi; un cinico affetto da delirio di onnipotenza che si vanta di non aver mai fatto entrare il sindacato nei suoi cantieri e che scarica la colpa di quanto è accaduto sui lavoratori: un ottuso delinquente o un criminale arrogante?
Quando i corpi vengono estratti, “guardandoli in faccia si capiva benissimo che si erano resi conto di quello che stava succedendo, soprattutto che non avevano mezza possibilità di salvarsi”. Morirono tutti per “sindrome asfittica per inalazione di fumi d’incendio”. “Erano riusciti ad arrivare vicino all’uscita, ma purtroppo non ce l’hanno fatta a risalire la scala”. C’era troppo fumo per poter individuare i boccaporti. E non erano previste altre vie d’uscita.
Come dichiara Giacinto De Renzi durante la sua deposizione al processo, c’è “uno stretto nesso di causalità fra deterioramento del mercato del lavoro e abbassamento (fino al loro azzeramento) delle condizioni di sicurezza”. E ancora: “La Costituzione di questa Repubblica dice che bisogna garantire l’integrità fisica del lavoratore. Invece viene sempre prima l’organizzazione del lavoro, viene prima l’impresa, il profitto”. Come disse a suo tempo Franco Marini: “La grande industria è il mandante, il sicario è il sistema dei subappalti”. Il sindacato è inefficiente, quando non addirittura connivente.
Una tragedia operaia. Come tante, purtroppo. “Cambiano i nomi, cambiano i cognomi, ed eccone di nuovi. Nella società dello spettacolo parlarne significa cancellarli”, come dice Monsignor Tonini, “L’umanità sta distruggendo senza saperlo i suoi tesori più pregiati: il rispetto umano, la pietà, la solidarietà”. Al suo posto c’è “la degradazione della coscienza”. Vince sempre il profitto: lucrum vincit omnia.
Angelo Ferracuti, in questo reportage, ci porta con sé alla ricerca della verità, facendoci vivere la viva voce dei testimoni, non insistendo con chi non vuole parlare, andando a spulciare gli archivi per trovare indizi, immagini, testimonianze dell’epoca. Si spinge fino in Egitto, a cercare i parenti dell’unico morto non autoctono. E ci fa vivere la tragedia sulla nostra pelle, senza pietismi, senza mai essere melodrammatico e distribuendo le responsabilità dell’accaduto senza mostrarsi di parte; o, meglio, mettendosi a fianco dell’unica parte possibile: quella dei lavoratori. Ci racconta come ha svolto le sue ricerche, le persone che ha incontrato, le impressioni che ne ha avuto, coinvolgendoci tanto nella vicenda quanto nell’indagine.
Un grande libro, di quelli che dovrebbero svettare nelle librerie di chiunque ha una coscienza, perché chi non ne ha non abbia più né voce né consenso. Per dare voce a chi non ce l’ha più e mai l’ha avuta. Perché è dolore, dolore vero, quello che si prova leggendo queste pagine fortemente emotive, e rabbia, rabbia autentica, di quella che ti fa gridare “Basta!”. Che ci fa desiderare, contro ogni prevedibile evidenza,  che tutto questo non debba avvenire mai più.
Esemplare.

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Heiko H. Caimi
Heiko H. Caimi, classe 1968, è scrittore, sceneggiatore, poeta e docente di scrittura narrativa. Ha collaborato come autore con gli editori Mondadori, Tranchida, Abrigliasciolta e altri. Ha insegnato presso la libreria Egea dell’Università Bocconi di Milano e diverse altre scuole, biblioteche e associazioni in Italia e in Svizzera. Dal 2013 è direttore editoriale della rivista di letterature Inkroci. È tra i fondatori e gli organizzatori della rassegna letteraria itinerante Libri in Movimento. Collabora con il notiziario "InPrimis" tenendo la rubrica "Pagine in un minuto" e con il blog della scrittrice Barbara Garlaschelli "Sdiario". Ha pubblicato il romanzo "I predestinati" (Prospero, 2019) e ha curato l’antologia di racconti "Oltre il confine. Storie di migrazione" (Prospero, 2019).

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