Guido Barbujani – Gli africani siamo noi

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Leggere Gli africani siamo noi è passeggiare andando per mano, senza pericolo di scivolare, nel terreno impossibile per i non esperti della genetica, e della biologia evoluzionistica.
Barbujani lo è: genetista di fama internazionale, Ordinario all’Università di Ferrara, dove dirige anche la Scuola di Dottorato in scienze della vita, salute e ambiente.
È anche un brillante divulgatore, scrive in maniera appassionata e appassionante, e questo è anche amabile, chiaro indizio di umiltà. Perché è umile chi, guadagnate le vette del sapere – dissentirebbe con ogni fibra del suo corpo, ma approfitto dell’incolumità della pagina bianca – ne discende, a parlare la lingua non specializzata dei più, di tutti, senza banalizzare, senza tradire l’esattezza cui la scienza deve obbedire.

Se fino a qualche anno fa essere razzisti era moralmente riprovevole (lo è ancora, beninteso), oggi è semplicemente da ignoranti crassi, perché saggi come questo a nostra disposizione sono in grado di spiegare così chiaramente chi siamo, da dove veniamo, come siamo arrivati ad essere biologicamente così e non in altri modi, che sarebbe pretestuoso e ideologico negarlo, non prenderne semplicemente atto. Siamo diversissimi gli uni dagli altri, eguali solo sul piano dei diritti. Ma c’è modo e modo di guardare alle differenze. Quello scientifico è l’unico affidabile da cui almeno prendere le mosse prima di farlo politicamente, perché neutrale rispetto all’oggetto di studio, in questo caso noi stessi, gli umani. Non si tratta di coltivare e difendere i propri credo o le proprie opinioni, si tratta invece, grazie al lavoro degli scienziati, di aggiornarsi sui dati provati e verificabili di cui ad oggi siamo in possesso. Secondo i quali “se confrontiamo due membri della nostra specie, abbiamo in comune con qualunque sconosciuto il 99,9% del DNA”[1].

Se non riusciamo a migliorare le basi per una convivenza migliore sullo stesso pianeta, con chi dobbiamo prendercela? Faccio un passo indietro, o a lato, e chiedo aiuto all’arte per tentare di dare una risposta.

Nel 2017[2] Marzia Migliora, artista, esponeva un’opera a Ca’ Rezzonico a Venezia, intitolata Quis contra nos[3]? La scritta compariva discreta, come le cose che si scoprono quando si presta particolare attenzione, vicino al bordo inferiore della cornice dorata di uno specchio antico, già parte dell’arredo sontuoso del palazzo. Bisognava avvicinarsi per leggere. E, una volta di fronte, non si poteva evitare di specchiarsi, di ravvisarsi contro. Invece che allestire un’opera estranea al contesto, Marzia Migliore vi intervenne, coinvolgendo lo spettatore in maniera diretta, vivida, tanto semplice quanto sorprendente. Possiamo solo incolpare noi stessi, se abbiamo in odio superstizioso l’altro. Perché l’altro siamo noi. Gli africani siamo noi.
In che senso? Torniamo al testo di Barbujani. L’autore autodefinisce la sua una semplificazione brutale. Quando leggerà la mia sarà più clemente con se stesso.

Nessuno – spero – obietterebbe al fatto che siamo tutti appartenenti al genere Homo, e alla specie sapiens.  Pochi, però, si chiedono chi siano questi sapiens, cioè chi siamo.
Centomila anni fa i nostri diretti antenati erano in Africa. Naturalmente eravamo nomadi, cacciatori e raccoglitori, cioè cacciavamo animali quando ci riusciva e raccoglievamo frutti spontanei quando eravamo fortunati a trovarne, perché l’agricoltura arriverà circa novantamila anni dopo. Probabilmente qualche gruppo ardì a migrare verso l’India, il Sud-Est asiatico, la Melanesia e l’Australia, ma con scarso successo.
Circa sessantamila anni fa, invece, la svolta nella nostra storia: un gruppo di sapiens passa dall’Africa alla Palestina. I nomi geografici naturalmente sono odierni, per capirci. Allora non solo non c’era la geografia, cioè lo scrivere la terra con nomi e segni, ma neanche le mappe. Ci si spostava per sopravvivere, in cerca continua di luoghi più generosi di cibo, di riparo. Ricorda qualcosa?
Nel Vicino Oriente fortunatamente le condizioni migliorarono. Non è impossibile che ci sia stato qualche contatto e scambio con altri, di altre specie, che già erano lì, come i Neanderthal[4], di cui nel libro Barbujani racconta generosamente caratteristiche, primo ritrovamento scheletrico, e storia. Per ricordarne una su tutte, la morfologia del cranio neanderthaliano, allungato anteroposteriormente come un pallone da rugby[5], e i rilievi sopraorbitali così pronunciati[6] da far produrre, all’epoca del suo ritrovamento nel 1856, le ipotesi più bizzarre sulle sue origini.
In condizioni di vita migliori la popolazione ha un migliore successo riproduttivo, e cresce di numero, arricchendo il proprio genoma di nuove mutazioni. In tutto questo peregrinare ci siamo dovuti adattare agli habitat più diversi.
Barbujani cita le popolazioni hymalaiane, che riescono a vivere molto bene anche con poco ossigeno. Intorno a quindicimila anni fa, attraversando lo Stretto di Bering che allora era percorribile perché il livello del mare era molto più basso, Homo sapiens raggiunge le Americhe, e poi, in un tempo davvero breve, l’Oceania. Qui occorrerebbe un punto esclamativo, perché è intervenuta la navigazione.
Intorno a quarantacinquemila anni fa noi sapiens, noi africani con il cranio tondo come un pallone da calcio[7], il mento e la fronte sulla quale possiamo poggiare tutto il palmo della mano e quindi un’organizzazione encefalica diversa dai Neanderthal[8], siamo arrivati in Europa. Ultimi, direi, dopo molta gente diversa già insediata da centinaia di migliaia di anni. E “fino a 29.000 anni fa, gli Europei erano loro[9]”, chiarisce il genetista. Per oltre diecimila anni abbiamo convissuto, ma è evidente, essendo noi l’unica specie Homo rimasta e sopravvissuta – e in Europa a quel tempo ce n’erano ben cinque – che pur non avendo ingaggiato alcuno sterminio, come racconta la fantascienza e non la scienza, abbiamo favorito la loro estinzione. Metodi di caccia migliori, capacità tecnica superiore, più predisposizione ad adattarsi ai cambiamenti, soprattutto climatici.

Sono state proprio le ondate di migranti sapiens, a importare in Europa i caratteri genetici della pelle bianca. Avevamo la pelle scura. L’abbiamo schiarita come strategia adattativa per favorire, in assenza di sole abbondante e raggi ultravioletti da cui dovevamo proteggere la cute in Africa, la sintesi della vitamina D, fondamentale per lo sviluppo osseo. O saremmo morti tutti di rachitismo.

Lo sciagurato Manifesto della Razza del 1938[10], base teorica del razzismo italiano scritta in dieci contraddittori e insostenibili punti che si smentiscono reciprocamente, avrebbe potuto legittimarsi almeno come chiacchiera sino a ventinovemila anni fa. Diciamo che nel 1938, oltre che imperdonabile, quel decalogo era decisamente fuori tempo massimo. Immaginiamo oggi.

[1] G. Barbujani, Gli africani siamo noi, pag. 96
[2] In occasione della 57° Biennale di Venezia, come evento collaterale.
[3] Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? Rm 8,31
[4] Barbujani non usa l’h. Ma, a pag.23, dice che è lo stesso, per cui chi scrive la usa perché fa più tedesco.
[5] Rubo la metafora al paleoantroplogo Giorgio Manzi, dell’Università La Sapienza di Roma.
[6] “su cui volendo si sarebbe potuto tenere in equilibrio una matita”, chiosa Barbujani a pag. 27
[7] Per riprendere l’efficace paragone sportivo di Giorgio Manzi
[8] Le regioni frontali, importantissime per la nostra capacità d’astrazione, erano molto ridotte nei Neanderthal cfr. pag.27
[9] Pag.23
[10] Pag. 10 e sgg.

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Cristina Muccioli
Cristina Muccioli è nata a Milano nel 1968. Laureata in Filosofia Teoretica, insegna Etica della Comunicazione all’Accademia di Brera, è critico d’arte anche in ambito internazionale. La sua ricerca è focalizzata sugli intrecci tra arte e scienza, antropologia e filosofia. Tra le sue pubblicazioni: “La bellezza possibile”, per la raccolta “Un veleno che cura” (Carocci, 2011), “Le emozioni. Un lieto evento”, per “Il cervello irriverente” (Laterza, 2009 e 2017) e “L’estetica del vero. Le idee e le immagini della verità nella storia dell’arte” (Prospero, 2018). Collabora con la rivista Zona Letteraria (Prospero Editore).

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