Emmanuel Carrère – Limonov

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Eduard Limonov, il protagonista di questa biografia romanzata che porta il suo nome, si è spento lo scorso 17 marzo, a 77 anni. Un uomo che, magistralmente raccontato da Emmanuel Carrère, è stato tante cose, a tratti inconciliabili: teppista nella periferia di Char’kov in Ucraina, poeta dell’underground moscovita sotto Breznev, senzatetto e maggiordomo a New York, scrittore di successo a Parigi, soldato in Serbia, fondatore di un partito in una Mosca che non riconosceva più, detenuto, asceta che ha trovato il nirvana. Uno scrittore punk con il cappotto da ufficiale sovietico, i cui modelli di riferimento spaziavano da Lenin a Johnny Rotten, più simile a una rockstar che all’immagine grave e un po’ dimessa dell’intellettuale dissidente russo impressa nell’immaginario collettivo.

Limonov non può lasciare indifferenti: nel bene e nel male, è capace di suscitare sentimenti che spaziano dalla simpatia all’orrore, dalla compassione al ribrezzo. Le stesse incongruenze si ritrovano nell’esperienza di questo dandy anticonvenzionale, alle quali lo stesso Carrère non riesce a dare spiegazione e che a tratti lo sgomentano; eppure,  con lo scorrere delle pagine, acquistano una strana e inaspettata coerenza di fondo, soprattutto se lette sotto il segno unificante della sua bruciante passione, della sua aspirazione alla grandezza. Quel giovane poeta era destinato a diventare qualcuno, e non sarebbe rimasto nell’anonima periferia dei talentuosi sconosciuti. Dietro la ruvida personalità e la corsa verso il successo di Limonov, disperata e a tratti sprezzante, l’autore riesce a scorgere una recondita, tenera vulnerabilità, che si traduce per lo più in amori disordinati e totalizzanti, e in una predilezione commovente per i disgraziati e i reietti. Limonov riconoscerà una reale affinità soltanto con questi ultimi e sarà sempre con loro, qualsiasi cosa accadrà nella sua vita.

Carrère, alternando sapientemente la narrazione febbrile alla meditata riflessione storica, ci consegna un personaggio memorabile e incredibilmente vivido, e lo fa sospendendo il giudizio, insegnandoci che la storia, sia individuale, sia collettiva, è sempre molto più complicata e multiforme di come la si immagina.

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