Daniel Keyes – Fiori per Algernon

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Charlie Gordon è un disabile psichico: ha trentadue anni, ma la sua mente è come quella di un bambino. La sua caparbia voglia di imparare lo segnala a un gruppo di scienziati che eseguirà su di lui un’operazione chirurgica, già condotta con successo sul topolino Algernon, che potenzierà esponenzialmente le sue capacità cognitive.
È questo l’antefatto fantascientifico da cui prende le mosse Fiori per Algernon, un’opera che, nata come acclamato racconto nel 1959, fu poi ampliata in romanzo e portata alla ribalta cinematografica nel 1968 con il titolo I due mondi di Charly.

Considerato oggi un classico della letteratura americana, fu più volte bandito da alcune biblioteche scolastiche ed è risultato essere al quarantereesimo posto nei libri più censurati fra il 1990 e il 1999 per gli argomenti che affronta e i tabù che scardina.
Benché sia annoverato come letteratura d’anticipazione, la fantascienza rimane sullo sfondo, offrendo l’occasione per trattare temi dolorosi e scomodi quali la disabilità, l’inclusione, l’incomunicabilità, la presunta onnipotenza della scienza e, polemicamente, la settorialità degli scienziati.

Il romanzo è una sorta di diario del protagonista che registra i propri progressi cognitivi, di cui la scrittura è il più evidente paradigma: da sgrammaticata ed elementare nelle prime pagine, diviene più articolata a complessa con l’evolversi della cavia umana.
La storia alterna le vicende del nuovo Charlie ai suoi ricordi, facendo emergere vissuti dolorosi di cui prende consapevolezza solo dopo l’operazione. Si vengono così a identificare due Charlie: il prodotto dell’esperimento scientifico, eccezionalmente intelligente ma proprio per questo fuori dall’umano consorzio, e il minorato mentale, ingenuamente fiducioso e ugualmente solo, che affiora dal passato e continua a dimorare nell’animo dell’uomo a dispetto di un eccezionale Q. I.

Indimenticabili le pagine che narrano l’antica illusione di Charlie di essere amato e benvoluto, smascherata dalla nuova coscienza di sé che gli rivela lo scherno feroce di chi credeva amico.
La narrazione in prima persona ci costringe a immergerci nell’angoscia esistenziale di un uomo che, come la Creatura di Frankenstein, rifiuta disperatamente il proprio ruolo di cavia, rivendicando con passione il riconoscimento e la dignità di persona, sia per il superuomo del presente che per il minorato del passato.
Il finale, di cui si coglie più di un’anticipazione, non sorprende ma lascia smarriti e desolati.

Un romanzo struggente, un personaggio difficile da dimenticare.

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