Cormac Mc Carthy – Suttree

0
117

Di Cormac McCarthy il grande pubblico ricorderà soprattutto il romanzo Non è un paese per vecchi, data la geniale rappresentazione filmica dei fratelli Coen in cui un bravo Javier Bardem, nel ruolo di un killer psicopatico, semina il terrore lasciandosi alle spalle una lunga serie di vittime, in una polverosa pianura texana. Il libro arrivava alle stampe solo due anni prima di quel 2007 in cui, con il suo romanzo post-apocalittico La strada, McCarthy veniva insignito del premio Pulitzer. Ma oggi faremo un passo indietro, sino al 1978, anno in cui il grande scrittore statunitense pubblicava uno dei suoi libri decisivi, tra i più complessi e ricchi dell’intera sua produzione: Suttree.

La prima domanda da porsi è: “Chi è Suttree?”. Cornelius Buddy Suttree è un dritto, che passa le sue giornate a pescare o in una casa galleggiante lungo lo sporco, fangoso fiume Knoxville dell’omonima cittadina del Tennessee. La geografia è un must dell’opera: siamo negli anni Cinquanta del Novecento, e i grandi campi coltivati, nonché la ruralità di figure che traducono la vecchia America – tutte modellate al cesello, nella loro paura confinata in micro-mondi e nella riottosità e diffidenza di chi non ha nulla da perdere tranne se stesso –fanno del romanzo un affresco visionario, non solo della complessa vita negli Stati Uniti postbellici, ma anche, scavando nella psicologia di Suttree e di altri personaggi, del mondo umano nella sua universalità.

L’America degli anni Cinquanta o, meglio, di Knoxville nel Tennessee, è raccontata con un tono semi-autobiografico (McCarthy è nato in Tennessee e a Knoxville ha frequentato la scuola) che sovverte la legge dell’iceberg di Hemingway, secondo la quale la scrittura dev’essere esente da barocchismi e restituire (come per la punta dell’iceberg sopra la superfice dell’acqua) solo la verità essenziale; in McCarthy questo non succede: la narrazione, sin dalle primissime pagine, si fa corpo del romanzo, con una descrizione poetica e visionaria, magmatica, del colore verde fango del fiume Tennessee, che svetta in acuti di grande lirismo, in geometria letteraria, dove ogni parola ha un peso. Il fiume – il suo scorrere accanito e incontrovertibile – nel quale viene rinvenuto un cadavere, è metafora della vita che viaggia, del flusso estatico, ma anche degradante e ininterrotto, che porta con sé vite e scorie e personaggi di varia natura, tutti accomunati dall’essere looser, delinquenti e pazzi, masturbatori di angurie, come quell’Harrogate che, nella sua giovanile maldestrezza, diverrà punto cardine del romanzo, amabile perché senza possibilità.

Harrogate e Suttree sono entrambi accomunati dalla permanenza in galera; come esseri speculari, diversi e necessari, si muovono nella disperazione di un mondo che è arcaico e moderno allo stesso tempo, e in cui le relazioni sono possibili solo se canalizzate nella zona del bisogno, dunque sancite da un dislivello. Suttree è scappato dai privilegi del mondo borghese e ora, come un moderno Mersault, si lascia vivere nella sua casa galleggiante e nel suo “schifo” (la barca con cui va a pescare), con alle spalle la durezza di una vita che è comune a molti trentenni. Harrogate è stato trovato in un campo a masturbarsi con una piantagione d’angurie e, una volta in galera, la descrizione di McCarthy ci restituisce un uomo, o meglio un ragazzo, inabile alla vita, fragile e senza prospettive. Sarà l’animo di Suttree, seppur sotto la scorza di pose da duro, a cum-partecipare l’inettitudine del giovane, che, dopo che Buddy sarà uscito di galera, lo porterà a evadere e a raggiungere, in quello sporco, movimentato e sempre diverso fiume Tennessee, l’amico.

Altra domanda da farsi è: “Cos’è questo libro, e in quale categoria si può inserire?”. Categorizzare è sempre un delitto in letteratura: i libri sono corpi, nature varie che, letti dalle diverse prospettive – d’età, cultura, stati d’animo – assumono, per noi lettori una diversa essenza a seconda del momento in cui si legge. Poi ci sono i grandi libri, come il Suttree di Cormac McCarthy, che sono tante cose e, come una nervatura necessaria a un apparato – legati ma scindibili – possono restituire anche in una sola frase la potenzialità del tutto. La grande letteratura non chiude, apre rovinosamente sensi e non-sensi, e come un fiume trasporta i brandelli della vita che c’è stata e che sarà: non a caso il libro è stato paragonato a certe opere di Joyce. Facendo uno sforzo, però, potremmo azzardare un paragone tra Suttree e una black comedy impressionista che, con una descrizione minuziosa del paesaggio (che, forse, è il vero protagonista del libro) e un profondo e dettagliato quadro emotivo dei protagonisti, giocato soprattutto sul non-detto, sui rimandi motori più che introspettivi, ricalca l’orma di quell’America cantata da Mark Twain e John Steinbeck, e – solo lateralmente – dalla voce di un grande poeta come Walt Whitman. Whitman cantava nei suoi versi un’America sì rurale, ma il suo occhio, travalicava il manicheismo bene/male, giusto/sbagliato; in lui la visionarietà, che sicuramente lo accomuna a McCarthy, dava una speranza: come solo i grandi poeti sanno fare, iniziava gli americani e il mondo al grande sogno, ed era il suo, l’urlo pacifista che avrebbe fatto nascere, in seguito, il movimento Beat e, in seguito, gli hippy. McCarthy non concede speranze ai suoi protagonisti: questi muoiono e vivono come l’erba e le coltivazioni; sono il paesaggio e il grande fiume in cui Buddy va a pescare con lo “schifo”. L’autore racconta il miracolo del mondo e il suo atroce assurdo: tutto vive, tutto scorre, tutto passa; non ci sono vinti o vincitori, gli uomini non sono null’altro che sassolini in balia del moto, e si barricano nei loro mondi – sono marcescibili, dunque vivi per la morte e, in ultimo, inclassificabili.

Lascia un commento

Scrivi un commento
Per favore inserisci qui il tuo nome

inserisci CAPTCHA *