Cataldo Russo – Il pescatore che tumulava le ossa

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Mario Zumpano è nato pescatore e tale vuole restare. Silenzioso e solitario, duro come un sasso della fiumara Cinà eppure dolce come le colline dello Jonio cosentino che si affacciano sul mare, ama con tutto se stesso la spiaggia della contrada Puntalunga, da dove parte ogni giorno per le sue battute di pesca, e non ha mai voluto dare retta a chi gli suggeriva di emigrare o, peggio ancora, di cambiare mestiere. Durante la bella stagione non si allontana dalla spiaggia nemmeno per andare a dormire e riposa nel capanno che si è costruito al mare con la scusa che deve tenere sotto controllo le attrezzature e le reti. Mario ha “i capelli eternamente scompigliati dalla brezza, gli indumenti con gli aloni della salsedine, i peli delle gambe levigati dall’acqua, la sigaretta che si spegne fra le labbra lentamente, lo sguardo proiettato sempre oltre l’orizzonte”. A turbare la sua pace a Puntalunga sono soltanto i bagnanti che arrivano d’estate, ma per il resto dell’anno il pescatore è quasi sempre solo. Perciò, quando alla spiaggia comincia a farsi vedere una donna, lui non può fare a meno di notarla. A giudicare dai lineamenti dovrebbe essere una nordafricana: sosta sempre per un bel po’ sulla battigia in silenzio, guardando verso il mare, poi, con dei sassi, fa un mucchietto a forma di piramide e se ne va. Tutte le volte gli stessi gesti, come fosse un triste rituale. Mario, pur attratto dalla donna e incuriosito dal suo comportamento, non riesce a vincere la propria ritrosia e non la avvicina finché è proprio lei a rivolgergli la parola, a chiedergli, in un italiano approssimativo, se il mare ha restituito qualcosa alla spiaggia. Mario le spiega che il mare restituisce sempre tutto, bisogna solo aspettare. E infatti, qualche giorno più tardi, dopo una terribile notte di tempesta, assieme a detriti di ogni genere sulla spiaggia di Puntalunga il mare deposita tre cadaveri, due di adulti e uno di adolescente…

La struggente storia sentimentale tra un ruvido pescatore calabrese, Mario, e una migrante libica, Jamila, che decidono di convivere contro tutto e contro tutti: un amore che fa da detonatore, da scintilla e fa esplodere il razzismo, anzi, i razzismi che covano sotto la cenere, da quello per certi versi “innocuo” ma velenoso degli amici, dei parenti e dei compaesani di Mario a quello spaventoso e violento dei militanti di estrema destra. E poi la politica locale, il malaffare, la ‘ndrangheta, il dramma dei migranti e tutto quello che ci gira intorno, la morte. A fare da sfondo la Calabria Jonica, con il suo paesaggio aspro ma bellissimo e anche la Libia, con la povertà dignitosa della sua gente e le mostruosità commesse ogni giorno nei campi di detenzione dei migranti diretti verso l’Europa.

Cataldo Russo stavolta punta forte sui dialoghi e ci regala un romanzo inaspettatamente pieno di azione, con un ritmo e un gusto per le immagini che non può non far pensare a ogni lettore che dal libro potrebbe essere tratto un magnifico film d’autore o una fiction televisiva finalmente non banale. Unico difetto – purtroppo niente affatto trascurabile – il titolo davvero scostante, che potrebbe scoraggiare molti lettori e far storcere la bocca ai produttori cinematografici e televisivi. E sarebbe un peccato, perché questo romanzo merita davvero una chance.


Recensione pubblicata per gentile concessione di Mangialibri

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David Frati è nato a Roma nel 1968. Ha fondato e dirige la rivista web “Mangialibri”, il sito sui libri più visitato d’Italia, con decine di migliaia di recensioni, articoli, interviste e contributi da parte dei più grandi autori italiani. È docente in alcune scuole di scrittura ed editoria e ha tenuto diversi stage universitari sull’argomento. Nella “vita vera” fa il giornalista medico, scrive di Oncologia e Cardiologia su riviste specializzate e intervista medici su Oncoinfo.it, Cardioinfo.it e DrTaxi.it. In passato ha scritto sceneggiature e testi per la tv. Numerose serie di pupazzi degli ovetti Kinder sono farina del suo sacco (sì, avete capito bene!).

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