Baret Magarian – Le macchinazioni

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Prendere il tè con gli dei: la doppia verità di Baret Magarian

Londra è la citta fumosa dei doppelgänger e dei patti con il Maligno. Christopher Marlowe vi scrisse il primo Faust, tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600; Robert Louis Stevenson vi ambientò il gabinetto sperimentale del Dr. Jeckill e le scorribande pulsionali di Mr. Hyde; Oscar Wilde appese alle pareti di una nobile dimora il sulfureo ritratto su cui si imprimevano i vizi sfrenati di Dorian Gray; George Bernard Shaw, quasi prevedendo i meccanismi psicologici della società dello spettacolo, rispolverò il mito greco di Pigmalione, materia identitaria vile da plasmare e da far assurgere a richiamo di gran moda: sembra che qualcuno gli avesse rivelato che nel nuovo millennio youtube e tik-tok avrebbero spopolato con idoli effimeri, creati dal nulla e con la scadenza di un mese, di un giorno, di un’ora. Nel 1939, accompagnato verso la seduta finale di autoanalisi da una dose sempre più caritatevole di oppiacei, si spegneva a Londra il gran maestro dell’inconscio, Sigmund Freud.

Londra è il teatro illusionistico in cui Baret Magarian mette in scena il romanzo Le macchinazioni. Ho esposto sul banchetto di questa mia introduzione il materiale letterario a cui Magarian credo possa essersi ispirato o che comunque è sotteso alla sua mitopoiesi narrativa, alla sua idea iconica, alla sua raffigurazione simbolica. Uno scrittore come si deve vive sincronicamente nelle pieghe di un inconscio collettivo autorale e galleggia sul bacino alluvionale dei modelli di valore del passato. Le macchinazioni è un romanzo ricco e complesso perché tiene conto dei percorsi ideativi dei narratori precedenti, si confronta con loro e riesce a districarsene proponendo una soluzione prospettica nuova, aggiornata ai terribili tempi che stiamo vivendo, alla loro devastante solitudine.

All’inizio ci sono due amici, di differente età, fatti incontrare dal caso o dal destino: Daniel Bloch è uno scrittore maturo all’apice del successo, stanco di scrivere romanzi troppo popolari; Oscar Babel, il giovane, è una forma che si definisce a fatica, un disegnatore senza vocazione, un nulla che vive come un’ombra tra le ombre proiettate su uno schermo, in un cinema d’essai di cui è il proiezionista. Il meccanismo narrativo sembra innescarsi per magia all’incrocio dell’esistenza di questi due uomini: Daniel decide di risolvere la sua crisi creativa scrivendo e poi incidendo su vecchi nastri una storia che riguarda il suo amico e in maniera cabalistica la vita di Oscar cambia, totalmente, secondo i dettami dello scrittore, che forse è un potente mago o forse una persona psichicamente sempre più labile. La crisi esistenziale di Daniel nasce dall’abbandono della moglie Natalie, che lo ha lasciato sottoponendolo all’affronto più grande e a una specie di castrazione simbolica: è volata fra le braccia del suo vecchio suocero, padre Saturno, che non ha saputo, per lussuria o per avidità di vita, rinunciare all’azione che avrebbe maggiormente danneggiato il figlio. Vecchie storie edipiche che ritornano a galla nella nostra società liquida, in cui ogni tabù si incenerisce come la punta di un sigaro ben essiccato o si aggiorna freneticamente sulle pagine digitali di youporn.

Oscar è bello e inconsapevole, è la carta bianca su cui tutti vorrebbero scrivere, è la creta fresca che tutti vorrebbero modellare. Oscar Babel. Un nome programmatico, che è l’indicazione lampeggiante della meta più ambita: il successo, il denaro, l’Hollywood globalizzata, babelica appunto, dentro il cui ventre tutti vorrebbero realizzare i propri sogni.

È rilevante notare che i due protagonisti vivono in una dimensione esistenziale dove ancora vengono utilizzati strumenti proto-tecnologici: Oscar si affida alle bobine di una pellicola non ancora rimpiazzate dal formato digitale, Daniel alle musicassette su cui registra i suoi messaggi sempre più disancorati dalla realtà. Sono nastri che si svuotano e si riempiono di sofferenza autentica e di speranza illusoria.

Ma a questo punto nel romanzo compare prevedibilmente l’Era Digitale, nella figura di Mefistofele/Ryan Rees, un uomo letteralmente senza volto, senza lineamenti, perché posseduto dalla vocazione demoniaca di perfezionare quelli degli altri, un chirurgo plastico dell’immagine pubblica. Rees è uno spietato produttore di casi di successo, un influencer subliminale, che incarna perfettamente lo spirito aggiornatissimo della macchina mediatica e della sua capacità di attirare l’attenzione delle masse là dove viene puntato il riflettore, sulla tigre di carta del momento, sull’idolo fasullo da trasformare in agnello sacrificale quando l’indice di popolarità scenderà inesorabilmente. Rees lancia Oscar come un messia di cartapesta o, meglio, di pixel ben assemblati e luccicanti.

Questa era una sfida vera…uno poteva prendere un qualsiasi imbecille senza cervello e trasformarlo in una celebrità, ma prendere un signor nessuno e trasformarlo in un profeta richiedeva livelli eccezionali di capacità propagandistiche, astuzia, inventiva. Ci voleva un contaballe miracoloso e solo lui era all’altezza del compito. Se Ryan Rees fosse riuscito a creare un altro Gesù Cristo, a tirarlo fuori dal niente, allora Ryan Rees avrebbe potuto fare tutto, letteralmente. (p. 118)

Sembra rinascere un nuovo Jesus Christ Superstar, anche se il restyling prevede che sia presentato come un giovane guru esperto di sanscrito e studioso di tantra. Il musical è allestito da Ryan Rees e dai suoi marchingegni mediatici, che prevedono ad esempio la profanazione di Westminster con la proiezione ad alta definizione del volto di Oscar sulla sacra facciata della cattedrale. Il codice metaforico selezionato conduce la narrazione a nuove ambientazioni significative. Il tempio che il nuovo messia mette sottosopra è quello mercificato dell’arte, dove si espongono come capolavori gli escrementi delle modelle più seguite. Per il discorso della montagna si sceglie un palco allestito a Kensington Park, davanti a una folla di tremila persone. Ma Oscar non fa che studiare a memoria le riflessioni di Daniel, ne è il ventriloquo, l’oracolo, il Cristiano che ripete le parole d’amore suggerite da Cyrano sotto il balcone di Rossana/pubblico pagante e facilmente suggestionabile. Ma il succo del discorso è più dionisiaco che sentimentale.

In altre parole, le nostre percezioni funzionano correttamente durante l’atto sessuale. Immaginate cosa succederebbe se potessimo applicare quell’intensità di percezione alla normale vita cosciente. Saremmo consapevoli dell’intera creazione, come se fosse un vasto corpo d’amante allungato davanti a noi, pronto a offrire ricchezze che troppo spesso non riusciamo a vedere. Saremmo allora in grado di rispondere alla chiamata degli altri, siano essi amici oppure sconosciuti? (p. 433)

In questa confusione madornale dove Osho Rajneesh va a braccetto con Wilhelm Reich, è facile che queste parole vengano fraintese. Oplà, Kensington diventa Woodstock. La gente inizia a spogliarsi e a copulare prima dietro gli alberi, poi tutti davanti a tutti, lasciandosi andare all’esibizionismo più assoluto, all’orgia più sfrenata. La riflessione di Daniel sulla forza dell’amore fisico come catalizzatore di potenti energie universali si svilisce attraverso l’interpretazione dell’altro: Oscar Babel è l’uomo del momento e dunque i suoi discorsi, invece di portare alla meditazione, incitano, senza che lui ne sia consapevole, alla soddisfazione del desiderio immediato, alla fregola per la fregola. Non c’è nessuna contestazione del sistema costituito, ancora una volta è il consumo per il consumo, è l’appagamento prostituzionale, anche tra marito e moglie, magari.

Il culmine del successo raggiunto da Oscar segna il suo momento di crisi e di rinuncia al mondo dorato dell’Hilton e dei suoi appartamenti ultraccessoriati, non senza l’opposizione violenta di Ryan Rees, che non può rinunciare al contratto che prevede il prelevamento della sua anima, ovvero della sua immagine. Ma Oscar ha incontrato un amore reale nella persona di Najette, che lo convince, attraverso una seduzione per nulla posticcia e un desiderio sincero di reciprocità, ad abbandonare l’avatar per tornare ad essere uomo. Rimarrà deluso chi si aspetta una scena d’amore rovente e di sesso sfrenato come in ogni buon romanzo popolare degli ultimi trent’anni: Magarian ha il buon gusto e la sensibilità soltanto di suggerire, di evocare, di tirare le cortine del letto su un incontro che deve, nelle sue intenzioni, anche se sulla pagina di un libro, rimanere intimo e privato.

Ma chi è Oscar Babel? La relazione cristologica costruita fra i due protagonisti sembra abbandonare il lato spettacolare della mistificazione per offrirsi come chiave interpretativa profonda de Le macchinazioni. Come Daniel si ritira in sé attraverso un processo reale di macerazione alla ricerca dell’Essenziale, in una riduzione progressiva che diventa anche fisica, così Oscar si espande nel mondo in una dimensione pericolosamente popolare che potrebbe inchiodarlo a uno status quo messianico non risolvibile se non con il sacrificio supremo. Daniel/Giovanni Battista deve diminuire affinché Oscar/Gesù Cristo possa aumentare. Illum oportet crescere, me autem minui. Il finale chiarirà, in modo del tutto sorprendente eppure strettamente logico, questo legame dualistico.

La costante ricerca di un punto di equilibrio tra l’interiorità individuale e la ridda di personaggi che si succedono, negli incontri banali e in quelli più arricchenti, è una delle note caratteristiche della narrazione di Baret Magarian. La lanterna magica dell’autore, sapientemente regolata, dal punto di luce dell’anima confessionale proietta intorno le pallide e colorite figure, unite e divise nella parata tragicomica della realtà. Di quest’arte era maestro Michail Bulgakov, non a caso ricordato in apertura con una citazione da Il maestro e Margherita. Sono convinto che quello dello scrittore russo sia il maggior romanzo psichedelico della narrativa contemporanea. Magarian stilisticamente riprende quella vernice psichedelica che muta i dati realistici della descrizione e li rende liquidi, cangianti, caleidoscopici, per cui la realtà perde la sua connotazione oggettiva per divenire via via più visionaria.

Così, nella descrizione, i poli del romanzo oscillano fra il gusto estetizzante del Decadentismo e quello duro, abrasivo del cyberpunk, come se per un’assurda passeggiata sotto la luna tra i tuguri e i grattacieli di Isle of Dogs si tenessero per mano Oscar Wilde e James G. Ballard.

Ho focalizzato la mia attenzione sui due protagonisti (forse uno solo?), ma Le macchinazioni è un romanzo corale, capace di far risaltare lo spessore di ogni personaggio senza relegarlo, dopo brevi cenni, nell’ombra. C’è la grande lezione del romanzo russo davanti a cui inchinarsi, da Dostoevskij a Sologub, a Bulgakov, appunto. I dropouts non si dimenticano e salgono sul palcoscenico, sotto le luci puntate da Dio. Ogni comprimario ha in questo libro una sua vena grottesca e amara, da Grindel, il padrone di casa di Oscar, all’antiquario Webster, all’indovino omosessuale Alexei Sopso, eppure ognuno rivela un’anima sconfitta alla ricerca di una disperata tenerezza. Come lo scrittore Alastair Layor, ognuno dà fuoco alla propria casa, alle proprie passioni, alle proprie aspirazioni, per pentirsene un attimo dopo e ritrovare nell’incontro casuale con una ragazza le lacrime liberatorie per poter spegnere l’incendio. Ma questa donna, che nel romanzo ha il nome di Lilliana, più che aprire orizzonti di stravaganza offre la solidità di una vita comprensiva e domestica. Beh, nel mondo variabile di Magarian non si sa poi per quanto tempo possa durare… Anche di Najette, che pareva l’unico approdo sicuro per circoscrivere la personalità fuggente di Oscar, si perdono in fretta le tracce e gli abbracci, quando nel bosco panico vicino a un lago diventano irresistibili i richiami inconsci della dissoluzione interiore. Si vedono e si ascoltano cose che scuotono sismicamente l’identità. Oscar accorre al capezzale di Daniel Bloch, mangiato vivo dall’anoressia e martoriato dai tubi medicali, che ancora ha la forza di rivendicare il suo desiderio di impossibile purezza.

Voglio… esistere nel vuoto, lontano dalle secrezioni umane. Risparmiarmi tutta la confusione…almeno lasciatemi prendere il tè con gli dei. Non chiedo poi molto, il mio sogno di Cenerentola -diventare vapore, andare alla deriva nello spazio. (p. 495)

Anche Oscar Babel ha rinunciato al mondo e rivela in questa definitiva congiunzione la sua natura di involucro, di golem, di medium, di proiezione psichica. Ritrova al suo vecchio indirizzo una scatola con un carillon e le lettere che Daniel gli ha spedito. Il delirio si presenta come la pianificazione dei suoi ultimi mesi. Teoria della relatività esistenziale.

Passato, futuro, presente: termini che perdevano di significato, come se si trovasse in un punto di osservazione dove il tempo si curvava, dove le prospettive terrene, messe da parte, rivelavano la loro dimensione locale e ristretta. Oscar era in un luogo differente, ora. Vedeva ogni cosa. Vedeva oltre gli angoli e le barriere del tempo lineare e sequenziale. Se si retrocedeva abbastanza, pensò, si riusciva a vedere ogni cosa. Stava ascoltando una voce dal passato che era la voce del futuro, nella casa che conteneva il suo passato ormai trasformato. Ma a quel punto la meraviglia svanì e i pensieri si fecero oscuri. Se tutto ciò che lui era diventato durante l’estate era già stato previsto – era già successo (in un certo senso) nella testa di Bloch – questo non significava forse che non aveva mai esercitato il libero arbitrio? (p. 540)

Il finale è mirabile perché non vuole risolvere piattamente con dettagli cronachistici tutti i legami che si sono creati, ma li lascia irrisolti per una scelta consapevole di deriva narrativa, in cui affiorano i relitti di un flusso di coscienza, qualche traccia fosforica di memoria, il nulla. Oscar, come Margherita sulla sua scopa da strega volava su Mosca, si alza con una mongolfiera sulle caotiche vanità di Londra, che dall’alto appare insignificante. Raggiunto il cielo più puro, deliberatamente si sgancia e precipita a capofitto.

Oscar cade nel centro di Daniel e Daniel lo riassorbe in sé. Con il salto di una riga l’uno diventa il pensiero dell’altro, la sua morte, la sua liberazione definitiva.

Frantumazione dell’identità, libero arbitrio 3.0, teste senza mondo, mondo senza teste.

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Paolo Gera
Paolo Gera nasce a Novi Ligure il 4 gennaio 1959. Si laurea in Lettere Moderne all’Università di Genova con Edoardo Sanguineti. Alla fine degli anni Ottanta inizia la sua attività drammaturgica e teatrale con il gruppo di ricerca Koinè, organizza laboratori teatrali per ERT e successivamente fonda con Alessandra Gasparini il Teatro della Pozzanghera con cui dà vita a numerosi spettacoli, partecipando ad eventi quali il Festival Filosofia e vincendo il premio europeo Tragos per il Teatro e la Drammaturgia – sezione Teatro per il Sociale (XIII edizione). Nel 2002 viene pubblicato il suo primo romanzo “Zaum“ (Edizioni Clandestine). Nel 2013 pubblica on line su copylefteratura.org il romanzo “Il calore sbagliato”. Nel 2014 si diploma in Naturopatia Scientifica presso l'Unipsi di Torino con la tesi “Nietzsche e la soglia critica”. Nel 2016 pubblica la raccolta di poesie “L'ora prima” (Rossopietra) e diventa collaboratore delle riviste letterarie on line Cartesensibili, Versante Ripido e dell’Indice dei libri del mese. Nel 2018 esce la sua seconda raccolta “Poesie per Recaptcha” (Oèdipus edizioni). Nel 2019 esce il libro di poesia ambientata “In luogo Pubblico” (puntoacapo edizioni).

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