Nel tempo lungo della scienza e in quello breve delle vite umane, Fenice citoplasmatica si muove con la leggerezza inquieta di una memoria che non vuole dimenticare. In questo racconto, la biotecnologia del futuro s’intreccia con i legami personali, le ferite del passato e l’impossibilità di controllare davvero ciò che si tenta di creare. Ambientato in un domani credibile e angoscioso, il testo segue Andrea, un ricercatore cosmopolita, in bilico tra Iran e Italia, che si ritrova trascinato — insieme a vecchi colleghi e a nuove inquietudini — in una deriva di esperimenti genetici, memorie universitarie e malattie terminali.
Al centro del racconto, il dilemma etico e personale si fa corpo: quello di una bambina, Alkawari, figlia (in senso affettivo e non solo) di un’intera generazione di scienziati. Davanti alla sua malattia, ogni principio vacilla. Intorno a lei ruotano figure che hanno plasmato il futuro con alghe, intelligenze artificiali e batteri ingegnerizzati, ma che, una volta messe di fronte alla morte, tornano fragili, umane, disperate.
Tra centri di ricerca decadenti, centrali nucleari mutanti, bioculture e reattori al tramonto, Fenice citoplasmatica racconta con stile vivido e affilato cosa resta dell’ideale scientifico quando diventa carne, dolore, e infine, forse, una rinascita.





















