Georges Simenon racconta l’esistenza chiusa e soffocante di una coppia che vive ai margini, prigioniera di una menomazione che precede il corpo e si annida nel cuore. Un uomo segnato da un handicap e una donna che gli ruota attorno come una guardiana esitante condividono una quotidianità fatta di attese, rancori e silenzi, finché un delitto improvviso, tanto opaco quanto inevitabile, incrina definitivamente l’equilibrio già fragile delle loro vite.
Simenon apre La porta come si aprono le stanze che non vorremmo abitare: senza rumore, ma con un’aria viziata che si sente subito nei polmoni. In questo romanzo non troviamo uno degli enigmi rassicuranti del commissario Maigret, né il conforto di un ordine ristabilito; c’è invece un’attenzione quasi crudele per le vite minime, per l’amore che si torce fino a diventare dipendenza, per la pietà che scivola lentamente nella prigionia. La menomazione che attraversa il romanzo non è solo fisica: è uno sguardo ferito sul mondo, una capacità ridotta di desiderare, di scegliere, di fuggire. Il delitto arriva come arrivano certe decisioni irrevocabili, non per scatto ma per accumulo, ed è proprio questa lentezza morale a renderlo disturbante. Simenon osserva i suoi personaggi senza assolverli né condannarli, lasciando che siamo noi lettori a sostare davanti a quella porta chiusa, chiedendoci quanto di quella stanza già ci appartenga e quando avemmo il coraggio di varcare la soglia.
Sottile e perturbante.





















