Francesco Savio rievoca la figura del padre, uomo affascinante e irregolare, attraverso ricordi frammentari che intrecciano infanzia, assenze, slanci e ferite. Nel tentativo di comprenderlo, il figlio ripercorre una relazione segnata da amore e distanza, cercando di dare un senso a ciò che resta dopo la lunga malattia e la perdita prematura: gesti, silenzi, immagini che continuano a interrogare il presente. E il gioco del calcio.
Mio padre era bellissimo è un libro di misura breve e di forte intensità emotiva, che lavora più per sottrazione che per accumulo. Francesco Savio non costruisce un ritratto definitivo, né un atto d’accusa o di assoluzione: sceglie piuttosto la via fragile e onesta del ricordo, accettando le zone d’ombra e le contraddizioni di una figura paterna insieme luminosa e sfuggente, reale e fantasmatica. La bellezza evocata dal titolo non è solo fisica, ma ambigua, quasi ingannevole: una qualità che attrae e insieme nasconde.
La scrittura è controllata, intima, mai ricattatoria. Il dolore non viene esibito, ma lasciato affiorare nei dettagli, nei vuoti, nelle frasi trattenute. È un libro che parla della difficoltà di capire i genitori quando si è figli e, forse ancor di più, quando non ci sono più. Non un romanzo “gridato”, ma una confessione lucida, che trova la sua forza nella discrezione e nella capacità di trasformare una storia personale in un’esperienza condivisa coi lettori.





















