Secondo lungometraggio – dopo l’incoraggiante Ride (2018) – di un attore straordinario come Valerio Mastandrea, che coglie nel segno con una commedia fantastica firmata insieme a Enrico Audenino, sviluppando una trama che tocca momenti intrisi di dramma e pura poesia. Basta accettare l’assunto di partenza ed essere consapevoli che le anime delle persone in coma possono vivere come ectoplasmi, tra la morte e la vita, aggirandosi per i corridoi di un ospedale e lungo le strade di Roma, conversando tra loro, stringendo amicizie, invisibili al resto del mondo.
Non ci sono nomi propri dati ai personaggi: Lui (Mastandrea) è in coma dopo aver salvato un bambino, Lei (Fonzi) è un’argentina ribelle reduce da un incidente stradale, Il Curiosone (Musella) è un malato terminale; troviamo un volontario (Montanini) che ha il potere di vedere e sentire le voci delle anime in coma; infine c’è la Veterana (Morante) che a un certo punto si risveglia (nella tristezza generale) e abbandona il gruppo.
Mastandrea si fa venire un’idea geniale che nella messa in scena ricorda il vecchio Fantasmi a Roma (1961) di Pietrangeli ma è del tutto originale come tema. Le anime delle persone in coma quando muoiono si sentono catturare da un vento che le trascina via, e se si risvegliano dimenticano tutto quel che hanno vissuto nel periodo intermedio. Mentre sono in stato di attesa sono invisibili ma vivono una vita sentimentale e tutte le passioni degli esseri umani. Lui e Lei a un certo punto s’innamorano, consapevoli che sarà un sentimento destinato a finire, sia in caso di risveglio che di morte da parte di uno dei due soggetti interessati.
Sono molto ben costruite le relazioni tra personaggi, una piccola società di invisibili che soffre per un futuro incerto mentre si accontenta di piccole certezze quotidiane, come una camera spaziosa e la passeggiata per le strade di Roma. Un film del tutto diverso dalla gran parte del cinema italiano contemporaneo – un film che tocca le corde del sentimento passando dal fantastico e dispensa momenti di leggerezza nonostante la situazione drammatica vissuta dai protagonisti.
Non vado oltre con la storia perché il finale a sorpresa è tutto da scoprire, oltre alla bellezza di una soluzione fantastica con il tema della morte reso effettivo grazie a un simbolico volo in cielo stile Miracolo a Milano. Il messaggio è positivo: quel che resta ben saldo in un essere umano è l’amore per la vita, il suo attaccamento alle piccole cose di un’esistenza in frantumi, il solo elemento che aiuta ad andare avanti con un briciolo di speranza.
Fotografia luminosa di Guido Michelotti degli esterni romani, mentre gli interni sono cupi e notturni; montaggio rapido ed essenziale di Chiara Vullo, che in 93 minuti dipana tutto ciò che il film deve dire, senza inutili lungaggini; effetti speciali interessanti a cura di Schiattarella e Di Leva; messa in scena molto teatrale, tra dialoghi scarni e asciutti, ricchi di poesia, anche se non sempre perfetti; scenografie essenziali di De Angelis; colonna sonora di Tóti Guonason che pesca da brani storici come Noi non ci saremo di Francesco Guccini e altre composizioni rock. Interpreti tutti molto bravi e credibili, dal protagonista Mastandrea – onnipresente e come sempre perfetto – a un’intensa Morante, non da meno Barbara Ronchi in un ruolo marginale come moglie del Curiosone (un Musella sempre più bravo).
Presentato alla Mostra di Venezia come film di apertura nella sezione Orizzonti, distribuito da BiM nei circuiti del cinema d’autore. Visto in provincia grazie al Cinema Teatro Metropolitan di Piombino, una delle poche grandi sale di città ancora attive in Toscana. Un film da vedere, meglio al cinema per gli effetti speciali e per le ampie panoramiche romane, oltre ai piani sequenza che Mastandrea, nel ruolo di regista, organizza a dovere, ma che si gusta in maniera efficace anche sul piccolo schermo.




















