Il mio intuito mi aveva sconsigliato la visione de La scuola cattolica al cinema, infatti me lo son visto per la prima volta su Cine 34 e ho avuto la conferma di quanto sia distante Stefano Mordini dalla mia idea di cinema. Avevo già avuto delusioni enormi dalla visione di Provincia meccanica e soprattutto dal perfido Acciaio (uno dei peggiori film di tutto il cinema italiano), ma La scuola cattolica si piazza bene in un’ipotetica classifica di qualità al contrario. Se questo è un film che denuncia la violenza sulle donne siamo messi bene: addirittura in una scena un professore di storia dell’arte (interpretato da Gifuni) si affanna a sostenere che “si cresce solo facendo il male” e che “Gesù va messo sullo stesso piano di chi lo flagella”.
Il tono del film è cupo, angosciante, senza redenzione; sembra di vivere in un dramma senza fine, invece che nelle aule di una scuola cattolica, ragione di tutti i mali, secondo l’autore di un modesto romanzo (autobiografico?) e gli sceneggiatori di un pessimo film.
Nella storia scolastica (di formazione) viene inserito il dramma del Circeo, la vera storia di due ragazze rinchiuse in una villa con l’inganno e seviziate per giorni da tre giovani delinquenti emuli di Arancia meccanica. Tutta colpa dell’ipocrisia della morale cattolica, sembrano dire Gaudioso, Infascelli e Mordini, con la complicità di Albinati (Premio Strega!), conclusione che ci sembra a dir poco azzardata, quanto meno semplicistica e frettolosa. Tutti i ragazzi provengono da famiglie ricche, sono rampolli di buone famiglie, stigmatizzate nei loro aspetti peggiori, con una ricerca morbosa di un aspetto negativo, costi quel che costi.
Non c’è niente da salvare nei personaggi che costellano questo cupo e oscuro dramma, tutto è da gettare, cosa che rende l’intera narrazione poco credibile. La recitazione degli attori va ben oltre il livello di guardia, a parte Benedetta Porcaroli (cosa ci fa in un simile film?), molto brava a recitare una parte scabrosa che la vede seviziata e violentata. Il resto del cast è dilettantesco, soprattutto Emanuele Di Stefano (nei panni di Edoardo Albinati), ma anche gli altri interpreti che prestano volti e movenze agli studenti della scuola cattolica. Gifuni fa poco, in compenso fa parecchio danno, anche se la responsabilità è del monologo assurdo che gli impongono di recitare. Riccardo Scamarcio è impegnato in uno dei peggiori ruoli della sua vita – da padre assente, ricco, arrogante e violento – che recita con visibile imbarazzo. Non meno inutili le presenze di Valeria Golino e Jasmine Trinca, visto lo squallore dei personaggi che devono interpretare.
Fotografia scura che non aggiunge niente al film; montaggio compassato, del tutto non consequenziale, con la narrazione che procede per assurdi balzi temporali; colonna sonora lugubre come tutto il film; dialoghi troppo impostati; situazioni al limite del sostenibile. Al peggio non c’è mai fine, purtroppo, in questo povero cinema italiano figlio di un’altrettanta povera letteratura. Al termine della (faticosa) visione resta – pesante come un macigno – l’interrogativo: Cui prodest? Non lo sappiamo. Al pubblico che ama il cinema, no davvero.





















