Il cavaliere pallido è il film western di maggior successo al botteghino degli anni Ottanta, presentato persino a Cannes, luogo insolito per il cinema di genere, ma c’è la mano di Clint Eastwood – non solo interprete ma anche regista – che conferisce spessore a una pellicola capace di citare persino Sergio Leone.
Il cavaliere pallido fa riferimento fin da subito ai Cavalieri dell’Apocalisse, infatti quando un insolito Predicatore arriva al villaggio dei cercatori d’oro una ragazzina sta leggendo un brano estrapolato da quella parte della Bibbia. Tutto è misterioso nella storia, come c’è da aspettarsi da un western che si rispetti, fatto sta che il pistolero in abiti da prete (solo il collare bianco) difende il villaggio dal cattivo di turno che vorrebbe scacciare i cercatori d’oro muniti di padelle per impiantare un’industria meccanizzata. La storia contiene la figura di un turpe sceriffo venduto (Stockburn) e i suoi sette scagnozzi – tutto molto fumettistico – con il corollario di una duplice love story, con una madre e con una figlia, destinata a morire.
Il predicatore mette coraggio a tutti, porta il seme della ribellione contro l’ingiustizia, fino al punto che anche i meno ardimentosi si trovano a lottare per la libertà con il fucile in pugno. Restano avvolti di mistero sia il ruolo del Predicatore – un pistolero diventato pastore di anime – sia il rapporto tra lui e il laido sceriffo, anche se intuiamo che in passato hanno avuto uno scontro durante il quale il corrotto rappresentate della legge credeva di essersi sbarazzato del rivale.
Il film gode di un’ambientazione realistica come nei migliori western italiani (si pensi al Django di Corbucci), con le scenografie che immortalano lo stupendo scenario montano dell’Idaho – le montagne Boulder – tra Dom Valley e la Columbia, toccando la storica ferrovia californiana del Railtown e le Sawtooth Mountains.
Il cavaliere pallido è conosciuto negli States come Pale Rider; fotografato benissimo da Bruce Surtees, gode di un montaggio molto compassato di Joel Cox, ma, visti i tempi di un western con protagonista Clint Eastwood, sono perfetti 115’ di pellicola. La sceneggiatura va storicizzata perché risente di qualche romanticismo di troppo (la duplice storia con madre e figlia) e di qualche eccesso iperbolico (il ritrovamento improvviso di una gigantesca pepita), ma è pur sempre cinema di genere, realizzato nel modo migliore possibile, avvincente e suggestivo. Un film da recuperare per completare la filmografia di Clint Eastwood, che avevamo trascurato e che abbiamo visto grazie a IRIS, canale digitale Mediaset specializzato nel passaggio di pellicole con protagonista il bel pistolero dagli occhi di ghiaccio.























