Parlare di Videodrome significa parlare di un film che è al tempo stesso profetico, scioccante e radicalmente innovativo. Quando David Cronenberg lo girò, nel 1983, il mondo era già pienamente immerso nell’era della televisione a colori, dei video‑nastri domestici e dei primi segnali di una cultura mediatica ossessiva, ma nessuno ancora aveva osato guardare oltre lo schermo e chiedersi che cosa stesse succedendo dentro di noi mentre guardavamo. Cronenberg lo fece, e il risultato fu un’opera che continua a essere studiata come pietra miliare del cinema di genere e del cinema tout court.
La genesi del film scaturisce dalla fascinazione di Cronenberg per la televisione come organismo vivo, capace di infiltrarsi nella mente e nel corpo degli spettatori. L’idea trae ispirazione da un’intervista con Marshall McLuhan e da letture sul potere dei media elettronici, combinata con la sua ossessione per la corporeità e le metamorfosi del corpo umano, già presenti in film precedenti come Scanners (1981). Il regista crea un mondo in cui le immagini televisive non sono solo mezzi di comunicazione, ma virus psichici capaci di deformare la realtà, di manipolare i desideri e trasformare i corpi. Max Renn, il protagonista interpretato da un magistrale James Woods, scopre così il canale clandestino “Videodrome”, in cui violenza e sessualità si fondono in una nuova forma di dipendenza: la televisione non è più specchio del reale, ma generatrice di realtà alternative e letali.
Ciò che rende Videodrome un capolavoro rivoluzionario non è solo il suo contenuto, ma il modo in cui Cronenberg lo racconta, contaminando il linguaggio cinematografico con effetti speciali organici e inquietanti, fusioni di carne e tecnologia, in cui il corpo diventa schermo e lo schermo diventa corpo. Scene come quella della videocassetta che sembra infilarsi sotto la pelle, o della metamorfosi dell’organo genitale in un’arma, mostrano la sua capacità unica di rendere visibile l’invisibile, di dare forma concreta a paure e desideri che la cultura digitale stava appena iniziando a generare.
È cinema viscerale, letteralmente, che si percepisce con gli occhi, ma anche con la pelle e lo stomaco. Un film sul cinema e sullo spettatore, che partecipa del dibattito sul ruolo dei media nella vita quotidiana. Parla di voyeurismo, di complicità e di manipolazione, mostrando come lo spettatore sia parte attiva dell’esperienza mediatica. In questo senso, Cronenberg, come Powell con L’occhio che uccide (Peeping Tom), analizza il lato oscuro del guardare: il cinema e la televisione non sono innocui, e l’atto di osservare può diventare un gesto di trasformazione, o di autodistruzione. Ma il regista canadese sposta l’ossessione dall’individuo al medium stesso: se in Peeping Tom il pericolo nasce dalla cinepresa come prolungamento del desiderio umano, in Videodrome il medium – la televisione, il video – diventa organismo invasivo che plasma la mente e il corpo dello spettatore, anticipando la società digitale e la cultura mediatica ossessiva.
L’influenza di Videodrome è sterminata. Brian De Palma, David Lynch, Gaspar Noé, John Carpenter e persino David Fincher e Darren Aronofsky hanno attinto dalla sua combinazione di corporeità, tecnologia e paranoia visiva. È un film che ha ridefinito il confine tra cinema di genere e cinema d’autore, mostrando che horror, fantascienza e thriller possono favorire interrogazioni filosofiche e sociologiche sulla realtà, la percezione e la tecnologia.
Videodrome mostra il cinema come organismo vivente e aggressivo, e ci costringe a chiederci: chi guarda chi? Chi controlla chi? Guardarlo oggi significa percepire ancora la stessa tensione tra fascinazione e orrore che Cronenberg intuì più di quarant’anni fa: uno sguardo che ci trasforma mentre lo osserviamo.
Nota
Videodrome è la rappresentazione estrema di ciò che Debord ha definito Società dello spettacolo. Qui lo spettacolo non si limita a sostituire la realtà con la sua immagine, ma penetra il corpo, invade la mente e trasforma lo spettatore in parte integrante della sua stessa riproduzione. Max Renn non si limita a guardare la televisione: è guardato e plasmato dal video stesso, come se l’immagine si facesse carne. La violenza e la sessualità non sono più contenuti, ma strumenti di controllo, virus che colonizzano il soggetto. Cronenberg mostra ciò che Debord ho teorizzato: nella società dello spettacolo, l’individuo non vive più la propria vita: la sua esperienza è mediata, mercificata, manipolata dall’immagine, fino al punto in cui il confine tra osservatore e osservato, tra reale e rappresentato scompare. Rende visibile ciò che il pensiero debordiano denuncia: lo spettacolo non è più semplice intrattenimento, ma diventa agente di mutazione e sottomissione totale della percezione umana.





















