Nel 1975, con Il diritto del più forte (titolo originale: Faustrecht der Freiheit), Rainer Werner Fassbinder firma uno dei film più spietati e attuali mai girati sul rapporto tra desiderio, potere, classe sociale e omosessualità. Lo fa da dentro. Senza filtri. Senza compromessi. E con il proprio corpo – recitando nel ruolo del protagonista Franz “Fox” Biberkopf – mettendosi letteralmente in gioco, fino all’umiliazione.
Fassbinder era comunista e omosessuale, autodistruttivo, geniale, e aveva ben chiaro che nessuna liberazione individuale è possibile dentro un sistema che funziona secondo le regole del capitale. Fox, il protagonista, è un emarginato, un poveraccio, uno “sfigato” – per usare un termine volgare ma preciso – che si ritrova improvvisamente ricco grazie alla lotteria. E cosa fa? Cerca di salire di grado, di accedere alla società perbene, all’élite gay colta e borghese che l’ha sempre deriso. Ma quella società è feroce, escludente, predatoria: lo sfrutta, lo svuota, lo deruba e lo getta via.
Il diritto del più forte, già nel titolo originale (Il pugno della libertà), è una dichiarazione di guerra: la forza non è morale, non è amore, non è identità – è potere economico. E in un mondo nel quale tutto è merce, anche l’amore diventa nient’altro che una transazione. Questo è il cuore del film. Ed è ciò che lo rende profetico.
All’epoca, una parte della comunità omosessuale – quella più borghese, assimilazionista – non capì e rifiutò il film. Era troppo scomodo, troppo crudo, troppo lontano dalla narrazione edulcorata dell’“amore è amore”. E oggi? Oggi sarebbe anche peggio. Probabilmente non passerebbe nessuna selezione festivaliera, nessun algoritmo d’inclusività. Verrebbe accusato di “vittimismo tossico”, “masochismo politico”, forse persino di omofobia interiorizzata. Eppure, è esattamente il contrario: è un film che ama talmente i propri emarginati da raccontare senza pietà il mondo che li schiaccia, che li vuole mantenere tali.
In un’epoca in cui l’identità è diventata brand, e la visibilità sostituisce la giustizia sociale, Fassbinder ci ricorda che nessuna rivoluzione è possibile se prima non si abbattono le strutture di classe. La sua critica è radicale: non basta essere gay, non basta essere se stessi, né “essere visibili”: se sei povero, rimani vulnerabile. E vieni divorato.
Guardatelo. È un film che fa male, ma che proprio per questo ci fa bene. Perché è cinema vivo, bruciante, oggi più attuale che mai.






















