Mi succede una cosa buffa: quando dico che il mio disco di John Lennon preferito è Walls and Bridges, chiunque abbia davanti mi guarda come se avessi bestemmiato, come se avessi scelto il disco “sbagliato”, quello “minore”, quello del Lost Weekend, quello in cui Lennon era “allo sbando”. E invece, proprio lì, in quel caos emotivo, in quella parentesi di libertà e sbandamento, Lennon secondo me ha tirato fuori il suo disco più umano, più creativo, più sorprendente. Perché Walls and Bridges non è un album: è un autoritratto. E gli autoritratti, quando non devono piacere a nessuno, sono sempre i più veri.
Prima di parlare del disco, però, bisogna chiarire una cosa: il Lost Weekend non è stato un periodo di autodistruzione. O almeno, non solo. È stato un periodo di libertà. Lennon lontano da Yoko, a Los Angeles, circondato da musicisti veri, non da guru, non da politici, non da attivisti. C’erano Harry Nilsson, Ringo, Jesse Ed Davis, Jim Keltner… gente che viveva di musica, non di messaggi. Lennon beveva troppo, sì. Si cacciava nei guai, sì. Ma era anche creativamente vivo, come non sarebbe mai più stato. E Walls and Bridges è il distillato di quella lucidità intermittente, di quella fragilità che diventa arte.
Perché qui non c’è il profeta. Non c’è il martire. Non c’è il Beatle che deve dimostrare qualcosa. C’è un uomo che scrive canzoni perché non può farne a meno. E quando un artista smette di voler essere “importante”, torna a essere autentico.
Going Down on Love parte con quel groove morbido, quasi funk, con Jim Keltner che suona come se stesse respirando. Lennon è ironico, amaro, sensuale, vulnerabile. È già tutto lì: un uomo che si prende in giro mentre si confessa. E la produzione è piena di dettagli: fiati, percussioni, piccole idee che nei dischi successivi spariranno.
Whatever Gets You Thru the Night fu il suo unico numero uno da vivo, e non è un caso. È Lennon che si diverte. Elton John al piano lo trascina, Lennon ride mentre canta, la band sembra una festa improvvisata. È la prova che, quando smetteva di voler cambiare il mondo, Lennon sapeva ancora farlo ballare.
In Old Dirt Road si percepisce l’amicizia con Harry Nilsson. È una ballata storta, piena di malinconia, con arrangiamenti che sembrano usciti da un sogno. La voce è fragile, quasi rotta. È uno dei momenti più sinceri della sua carriera.
What You Got è un funk-rock nervoso, pieno di ansia e adrenalina. La band è una macchina perfetta: Keltner, Klaus Voormann, i fiati… È Lennon che corre, che scappa da se stesso, che si agita. E tu lo senti chiaramente.
Bless You è forse la sua canzone più sottovalutata. Un soul-jazz elegante, quasi da night club, con un’armonia che non ti aspetti da lui. È Lennon adulto, non il ragazzo dei Beatles. Un brano che avrebbe potuto cantare Marvin Gaye.
Ma è in Scared che c’è il cuore del disco: una confessione nuda, senza metafore, senza slogan. “I’m scared, I’m scared, I’m scared”. Non c’è bisogno d’altro. È ancor auna volta l’uomo, non l’icona.
#9 Dream è la sua ultima vera magia psichedelica. Un brano che fluttua, che non cammina: vola. Gli archi, le voci, quel “Ah! böwakawa poussé, poussé”… È Lennon che sogna, e ti porta dentro il sogno. Una delle sue cose più belle di sempre.
Surprise, Surprise (Sweet Bird of Paradox) è un pezzo strano, nervoso, pieno di cambi d’umore. Lennon che parla di May Pang con ironia e affetto. La band è brillante, elastica, piena d’idee.
Steel and Glass è una sorta di vendetta elegante. È il sequel cattivo di How Do You Sleep? ma più raffinato, più adulto. Gli archi tagliano come lame, la voce è velenosa ma controllata: è Lennon che sa essere feroce senza perdere classe.
Beef Jerky è un divertissement strumentale, sporco, funky, pieno di personalità. È Lennon che gioca, e quando gioca è irresistibile.
Il capolavoro emotive del disco, però, è Nobody Loves You (When You’re Down and Out), una ballata amara, disillusa, con un testo che sembra scritto da un uomo che ha visto troppo. La voce è un pugno nello stomaco. È Lennon che si guarda allo specchio e non distoglie lo sguardo.
Chiudiamo in leggerezza con Ya Ya, quasi una risata. Lennon che suona con il figlio Julian. Un gesto umano, non artistico. E proprio per questo, perfetto.
Perché sostengo che questo disco è più creativo dei successivi, attirandomi sguardi di disapprovazione e giudizi d’incompetenza? Perché dopo Walls and Bridges, Lennon diventa un’altra cosa. Più levigato, più domestico, più “prodotto”. Persino più omologato.
Double Fantasy è un bel disco, non dico il contrario, ma è un disco costruito, pensato, controllato. Qui invece ci sono l’imprevedibilità, la fragilità, la libertà. C’è un uomo che non sa dove sta andando, e proprio per questo trova strade nuove.
Walls and Bridges è il Lennon più vero. Quello che non posa, non predica, non si autocelebra. Quello che sbaglia, che ride, che beve, che ama, che soffre, che crea.
È un disco pieno di idee, di colori, di umanità. E, se lo ami, è perché ascolti Lennon non come un’icona, ma come un artista. E soprattutto come un uomo.