In un futuro post-crisi climatica, tra comunità resistenti e cicatrici geologiche ancora aperte, Margine di incertezza ci immerge in una realtà sospesa tra utopia e allerta permanente, nella quale la tecnologia ha imparato a collaborare con la biologia e l’intelligenza emotiva è considerata un talento raro e prezioso. Al centro del racconto, Ignas Merlano, T-Consulente di alto livello, è incaricato di “leggere” gli esseri umani, interpretarli e guidarli, in un mondo che ha imparato a sorvegliare se stesso ma non ha smesso di generare conflitti latenti.
La vicenda si muove tra le atmosfere idilliache e familiari del Borgo – eco di un’ecotopia controllata e sofisticata – e le tensioni più complesse della città galleggiante Fortunata, un esperimento sociale che rischia la frattura. Lì, un gruppo di outsider ribattezzati “cugini” reclama un futuro rubato: sono pionieri mancati, ex candidati alle colonie spaziali, confinati sulla Terra e ora pronti a sovvertire l’ordine stabilito. Il loro destino s’intreccia a quello di una figura ambigua e magnetica, Cordelia, il cui passato oscuro e la natura incerta agitano le acque già tese della micronazione.
Silvia Treves costruisce un intreccio stratificato, in cui convivono il dramma sociale, la speculazione scientifica e un’intensa riflessione sulla memoria, l’identità e il desiderio di senso. Pur immersa in un mondo in cui la tecnologia è pervasiva, la storia è animata da rapporti umani profondi, da una sensualità sobria e da un’attenzione costante all’etica del sentire. In questa società fragile è proprio il margine d’incertezza a rendere possibile la trasformazione, la deviazione, l’inatteso.
Ignas non è un eroe, ma un mediatore, un testimone sensibile che vive sulla soglia tra persone e ruoli, tra silenzi e sovraccarichi emotivi, tra l’apparente ordine e le fratture invisibili che lo percorrono. Il suo viaggio è un’immersione nell’ambiguità come campo d’azione e come possibilità evolutiva.
Un racconto lucidissimo, che riesce a parlare del futuro senza mai smettere d’interrogare il nostro presente.






















