Ci sono romanzi che nascono unicamente per raccontare una storia e altri che nascono per prendere di mira l’intero mondo che abitiamo. La madre dei cretini appartiene a questa seconda specie. Sergio Arcai mette in scena un teatro umano popolato di avvocati e pubblici ministeri, imputati improbabili e vittime reali, barboni e professori mancati, genitori troppo speranzosi e figli troppo rigidi: un mondo che somiglia moltissimo al nostro, ma visto attraverso la lente deformante della satira. Il titolo è già un programma: la “madre dei cretini” non smette mai di partorire, e a quanto pare le sue creature popolano in abbondanza le aule di giustizia, le strade di provincia e i salotti borghesi.
Il romanzo si apre con Pietro Ridolfi, nato il 7 gennaio 1980 ad Arezzo, figlio unico di una famiglia benestante, allevato a suon di ambizioni paterne e di aspettative smisurate. Pietro non è un cretino qualunque, ma l’archetipo del cretino moderno: convinto di incarnare la giustizia, incapace di tollerare l’imperfezione, spietato nel denunciare gli altri e assolutamente cieco rispetto ai propri difetti. Cresce brillante negli studi, severo nei giudizi, moralista fino alla crudeltà. Da adulto diventerà magistrato, procuratore in prima linea, ma sempre con quel marchio addosso: la certezza di essere nel giusto, che lo rende, agli occhi degli altri, insopportabile e pericoloso.
Opposto a lui, quasi in controcanto, c’è Gregorio Massaro, avvocato penalista bresciano, uomo di compromessi e astuzie, amante del Campari e delle battute mordaci. Già protagonista del romanzo I lupi e l’agnello (Santelli, 2024) Dove Ridolfi è rigido e tronfio, Massaro è scaltro e disincantato; dove il magistrato brandisce i codici come armi, l’avvocato gioca con le falle del sistema. L’incontro tra i due non può che generare scintille, ma il vero terreno di scontro è un caso giudiziario che scuote l’intera comunità: il duplice omicidio di una giovane coppia, trovata sgozzata sulle rive del Lago di Garda.
Il principale sospettato è una figura che sembra uscita da una parabola tragica: Lamberto Dossena, ex bambino prodigio, filologo raffinato, docente di successo alla Sorbona, precipitato in una voragine di dolore dopo la morte di Yuki, la moglie giapponese. La sua esistenza, da fiabesca, si trasforma in un incubo di alcolismo e vagabondaggio. Lo ritroviamo come clochard, sporco, ubriaco, ma ancora capace di declamare Dante e Boccaccio nelle piazze della Valtenesi. Come se non bastasse, gli piomba addosso l’accusa più infamante: sarebbe stato lui a sgozzare i due fidanzati in una notte di settembre, con un coltello ritrovato vicino al suo giaciglio e con prove che, a prima vista, paiono schiaccianti.
Arcai, però, non scrive un giallo tradizionale: la trama giudiziaria, pur ricca di colpi di scena, non è mai puro esercizio investigativo. È, piuttosto, un laboratorio grottesco in cui si muovono personaggi contemporaneamente ridicoli e tragici, ognuno convinto di recitare il proprio ruolo sociale – il magistrato integerrimo, l’avvocato disinvolto, il barbone poeta, le famiglie in cerca di verità – ma tutti, in fondo, vittime di una commedia umana che li travolge.
Il registro scelto è quello della satira, venata d’ironia, che non risparmia nessuno. Ridolfi, con la sua mania di citare articoli del codice penale a memoria, appare al tempo stesso temibile e ridicolo, incapace di distinguere la giustizia dalla burocrazia; Massaro, con il suo gusto per gli aperitivi e le frasi a effetto, è un protagonista irresistibile, ma non si trasforma mai in macchietta, dotato com’è di indefettibile acume. Lamberto Dossena è il personaggio più dolente: da genio accademico a relitto umano, dalla gloria internazionale al fango della strada, fino all’aula di tribunale che lo giudica come assassino.
La vicenda si snoda tra Brescia, il lago di Garda e gli ambienti della giustizia, con uno stile che alterna diversi registri: il sarcasmo corrosivo, la cronaca giudiziaria minuziosa, la farsa dialogata tra avvocati, le improvvise aperture liriche quando racconta il passato luminoso di Dossena e l’amore perduto per Yuki. Questo movimento continuo tra serio e comico, tra alto e basso, conferisce al romanzo un respiro particolare: è insieme legal thriller e satira di costume, tragedia e commedia, riflessione filosofica e barzelletta giudiziaria.
Eppure, sotto l’umorismo e l’ironia, pulsa un interrogativo autentico: che cos’è la verità? In un mondo nel quale la giustizia sembra oscillare tra le rigidità di un cretino e le furbizie di un opportunista, esiste ancora uno spazio per la verità umana – fragile, imperfetta? Arcai non offre risposte rassicuranti. Mostra, piuttosto, un meccanismo in cui la vita degli individui si fa spettacolo, processo, etichetta: la madre dei cretini continua a generare i suoi figli, e il tribunale è soltanto uno dei luoghi in cui li vediamo all’opera.
La madre dei cretini è allora un romanzo che diverte e inquieta, che fa sorridere e insieme riflettere. È la cronaca di un processo, certo, ma anche la parabola di un mondo in cui i cretini non stanno solo “dall’altra parte”: sono dentro di noi, nei nostri tic, nelle nostre ossessioni, nei nostri giudizi affrettati. Un mondo in cui persino un genio può diventare clochard e un magistrato trasformarsi in caricatura della legge. Un mondo che somiglia fin troppo al nostro, se abbiamo il coraggio di guardarlo nello specchio deformante che Arcai ci porge.





















