Dieci donne sono costrette a lavorare come assaggiatrici per Hitler durante la Seconda guerra mondiale. Questa la premessa, l’idea che l’autrice decise di sviluppare dopo aver letto un trafiletto su Margot Wölk, l’ultima assaggiatrice. Attraverso la protagonista Rosa Sauer, Rosella Postorino intreccia realtà storica e finzione, scrivendo un romanzo dallo sguardo poliedrico che affronta temi ambigui inquadrando perfettamente la paura, la colpa e la sopravvivenza in circostanze estreme e mettendo in evidenza quanto, in situazioni limite, le distinzioni tra vittima e carnefice si facciano sfumate.
Rosa, una giovane tedesca trasferitasi dai suoceri, in un piccolo villaggio, per sfuggire ai bombardamenti su Berlino, si ritrova da un giorno all’altro a dover mangiare per proteggere la vita del dittatore nazista, un atto che carica lei e le altre nove che condividono la mortale responsabilità di un peso psicologico crescente. La Postorino ci guida attraverso la sua crisi interiore, interrogativi quali “fino a che punto ci si può spingere per sopravvivere” o “che cosa significa essere complice di un regime di cui non si condivide l’ideologia”, e riesce a rendere tangibile il clima di sospetto, paranoia e fragilità emotiva che pervade le relazioni tra assaggiatrici e tra loro e le SS che le sorvegliano. La tensione è palpabile, ma non si manifesta solo attraverso la paura di morire avvelenate: l’interazione tra le donne, costrette a convivere con un ruolo che le rende vulnerabili e che le mette potenzialmente l’una contro l’altra, arricchisce la storia di conflitti psicologici e dinamiche relazionali coinvolgenti.
L’autrice sviluppa anche il tema del corpo, al tempo stesso simbolo di fragilità e potere. Rosa è costretta a mettere il proprio corpo a servizio del führer non come soldato, né come donna in senso stretto, ma semplicemente come organismo che mangia, un gesto carico di un significato quasi tragico: il nutrirsi non è più un atto naturale, ma si trasforma in un rituale legato alla morte, nel quale ogni boccone è un possibile passo verso la fine.
La narrazione è caratterizzata da uno stile sobrio ma incisivo e una scrittura attenta e misurata, che riesce a trasmettere il senso di costrizione e impotenza senza scivolare in melodramma. La Postorino dosa sapientemente i momenti di tensione con una riflessione più intima su solitudine, desiderio e colpa, dando voce a una protagonista sfaccettata e umanamente vulnerabile.
Altri temi interessanti sono il rapporto tra potere, corpo e cibo, e il ruolo simbolico che le assaggiatrici incarnano all’interno del sistema gerarchico nazista. Il cibo non è più solo nutrimento e piacere, ma anche veicolo di potere e controllo: diventa un’arma potenziale, un mezzo di vita o di morte che trasforma il loro ruolo in qualcosa di più che semplici collaboratrici del regime. Sono infatti un filtro tra il dittatore e il mondo esterno, una barriera vivente che ne protegge la vita.
Il ruolo delle assaggiatrici è anche fortemente legato a dinamiche di genere: non a caso sono solo donne. Le quali, pur non essendo soldati, sono comunque coinvolte nel conflitto, in una forma di “servizio” che trasforma il loro ruolo domestico (mangiare, nutrire) in un atto politico. La Postorino propone qui una rilettura moderna del ruolo sacrificale attribuito alle donne, che assumono su di sé una funzione protettiva per il “patriarca” (Hitler), pur essendo costantemente a rischio.
Il corpo delle assaggiatrici è utilizzato come strumento politico, esposto quotidianamente al rischio di avvelenamento: una forma di sfruttamento che non riguarda la sessualità, ma la sopravvivenza. Paradossalmente le assaggiatrici, per rimanere vive, accettano il rischio di sacrificare la propria vita, il proprio corpo. Questo le rende allo stesso tempo vittime e agenti del potere: sono esposte alla possibilità di morire, ma sono necessarie per garantire la vita, quella del dittatore.
Ma c’è una dinamica più ampia nell’uso del corpo femminile come “campo di battaglia” politico: se tradizionalmente il corpo della donna è usato come mezzo per trasmettere discendenze, stirpi o valori culturali, qui è trasformato in uno strumento bellico atto a proteggere la figura centrale del regime.
L’esperienza delle assaggiatrici può anche essere letta come “rito di passaggio”: le donne entrano in uno stato liminale, di transizione, sospese tra la vita e la morte a ogni pasto. Sono in una condizione di continua incertezza, in cui ogni boccone può essere l’ultimo. Questo stato le rende differenti dal resto della società, isolate in un ruolo di privilegio e di pericolo che le separa dagli altri e le pone in una posizione di ambiguità morale, sospese tra il bene e il male.
Il sacrificio delle assaggiatrici non è volontario in senso stretto, ma scelgono di accettare il rischio come unica via di sopravvivenza: serve sì a preservare la vita di Hitler, ma anche la loro. Il che porta con sé un’altra ambiguità morale che genera sensi di colpa, soprattutto quando le donne iniziano a riflettere sulle loro azioni e sul loro “servizio” in seguito alla loro reclusione in seguito al malore di alcune di loro.
Vivere costantemente con l’incubo di poter morire per avvelenamento a ogni boccone ha effetti devastanti anche sul benessere psicologico, creando un’ansia anticipatoria che mette le assaggiatrici in uno stato di allerta perenne.
I personaggi maschili, Ziegler e Gregor, sono un interessante contrappunto al personaggio di Rosa. Entrambi, sebbene rappresentino due figure assai diverse tra loro, incarnano aspetti significativi del potere, del controllo e della sottomissione in un contesto di regime totalitario come quello nazista.
Ziegler è l’ufficiale delle SS incaricato di supervisionare le assaggiatrici. La sua presenza è costante e minacciosa, ma è un uomo che oscilla tra il ruolo di carnefice e quello di individuo ambiguo e sfuggente. Da un lato rappresenta la crudeltà del regime: è freddo, distaccato, ed esercita il suo controllo sulle assaggiatrici attraverso l’autorità, la paura e la sorveglianza. Dall’altro lato, emerge una sottile ambiguità nel suo atteggiamento, almeno verso Rosa, derivante dai momenti di intimità che lo umanizzano. Questa dualità lo rende un personaggio psicologicamente complesso: non è semplicemente un esecutore di ordini, ma riflette la tensione tra umanità e brutalità che si manifesta in molti servitori del regime. Tuttavia, la sua ambiguità non si risolve mai del tutto. Rosa cerca di comprendere le sue motivazioni, ma Ziegler rimane sfuggente, un simbolo di quel potere disumanizzante che, pur mantenendo un’apparente razionalità, divora le persone dall’interno.
Gregor, il marito di Rosa, è lontano, al fronte. La sua assenza fisica è un aspetto cruciale dello sviluppo della vicenda. Se Ziegler esercita l’autorità e il controllo sul corpo e sulla vita di Rosa, Gregor rappresenta un’altra forma di oppressione: l’alienazione e il distacco emotivo. Quando ritorna dal fronte è cambiato, spezzato dalla guerra. È un uomo che non riesce più a connettersi con la moglie, che a sua volta ritiene di dover mantenere un’ampia e rigorosa zona di “non detto” nei suoi confronti.
La guerra non distrugge solo i corpi, ma anche i legami, e Gregor incarna proprio questa distruzione silenziosa. Non è una presenza minacciosa come Ziegler, ma la sua assenza rende la solitudine di Rosa ancora più straziante.
Ambedue gli uomini contribuiscono all’isolamento psicologico di Rosa: Ziegler è il simbolo di un potere seduttivo, che crea un legame morboso con la sua prigioniera; Gregor rappresenta il distacco che si sviluppa non solo a causa della guerra, ma anche della frattura irreversibile che si crea nei legami umani in condizioni estreme.
Entrambi alimentano la sensazione di impotenza e smarrimento che pervade il romanzo, ricordandoci che la guerra non devasta soltanto i corpi, ma anche le relazioni e l’identità personale, che ne possono risultare annientate.
Le assaggiatrici ci obbliga a confrontarci con la questione del senso di colpa e della complicità, esplorando le scelte (e le non-scelte) che persone comuni devono fare in situazioni di estrema coercizione. Le donne, costrette a proteggere con il proprio corpo un despota, incarnano il dilemma morale di vivere e sopravvivere in un sistema che le utilizza come mero strumento. Il che ci porta a chiederci come noi stessi reagiremmo in circostanze simili, mettendoci nei panni di chi si trova ad agire sotto una pressione psicologica devastante.
Il libro è anche un’analisi penetrante della condizione delle donne in guerra. Pur non essendo direttamente coinvolte nel combattimento, le assaggiatrici vivono una forma di violenza psicologica e fisica: i loro corpi diventano il campo di battaglia su cui si gioca la sopravvivenza del regime. La voce di Rosa è uno spaccato di femminilità sospesa tra obblighi domestici, desideri personali e una guerra che invade anche i più intimi gesti quotidiani, come mangiare.
Postorino porta la Storia, quella con la “S” maiuscola, a un livello umano e personale. Hitler e il nazismo sono raccontati non solo come un sistema di potere e terrore, ma attraverso le vite di individui comuni, che subiscono e reagiscono a quel regime in modi imprevedibili. Il che rende evidente come il male e il potere possano infiltrarsi nelle piccole scelte quotidiane, rendendoci complici o vittime senza che nemmeno ce ne accorgiamo.
La vita quotidiana delle assaggiatrici è scandita da atti di coraggio e terrore, e questo rispecchia il modo in cui ci adattiamo a vivere nell’incertezza, facendoci riflettere su come la solidarietà, ma anche il tradimento e la rivalità, emergano in situazioni di pericolo.
Il libro pone anche domande che rimangono rilevanti oggi. Quanto siamo disposti a sacrificare di noi stessi per sopravvivere in un sistema che non approviamo? In che modo il potere manipola e utilizza i corpi delle persone per i propri fini? Non dovremmo dimenticare che viviamo in una situazione dominata da logiche di controllo e sorveglianza.
Rosella Postorino porta alla luce una vicenda poco conosciuta della Seconda guerra mondiale, mostrandoci come le donne, spesso considerate secondarie nei racconti bellici, abbiano vissuto la guerra e le sue conseguenze sulla loro psiche e identità. Nonostante in questo caso siano tedesche, e quindi rappresentanti, per noi lettori, parte del popolo oppressore. Eppure mai per un momento le sentiamo meno umane per questo.
Le assaggiatrici è anche un potente strumento per riflettere sulla condizione umana e sulla complessità delle scelte etiche in tempi di guerra, un romanzo che ci sfida il lettore a guardare in faccia le nostre paure e i nostri dilemmi morali, rendendoci consapevoli di come la Storia influenzi e deformi anche le esperienze più personali, a cavallo tra colpa e innocenza. E ci fa porta a domandarci se la redenzione e il perdono siano sempre possibili.






















