La storia di alcune famiglie è racchiusa nell’araldica: i colori, gli scudi, i ciminieri, un aforisma contribuiscono a costruire quel blasone che parla di gesta eroiche, di possedimenti, di lignaggi e alleanze utili a costruire la narrazione di vicende collettive.
Altre famiglie, la maggior parte, posseggono come unico stemma un modesto baule pieno di ricordi, lettere, oggetti, foto sbiadite, diari e suggestioni di momenti vissuti che sembrano destinati a rimanere confinati nello spazio del ricordo privato, almeno fino a quando qualche evento imprevisto ne favorisca la diffusione – o forse solo la ferma volontà di qualcuno di restituire la cronaca di fatti che il tempo minaccia di cancellare.
Così, a volte capita che qualche scrigno torni per rivendicare il diritto alla memoria, per reclamare la legittimazione di chi, scavalcando le montagne, ha contribuito a costruire, sedimentandola, la storia di un’arte effimera quanto antica, come il teatro.
C’è sempre qualcuno che cerca di mantenere in vita i ricordi del passato familiare; succede anche quando i rapporti cominciano ad allentarsi, quando la gente si allontana fino al punto di perdersi e non riconoscersi più. Nella storia della famiglia De Rosa, attori itineranti, è Mary De Rosa, la vedova del pittore veneziano Mario Dinon, a farsi custode e archivio del passato, intenzionata a dare dignità storiografica al materiale che per anni, pazientemente, ha raccolto.
Mary, anziana e prossima alla morte, come in una staffetta, affida il testimone a un cugino, uno di quelli che vedi poche volte nella vita, Renato de Rosa, il compito di rappresentare le vite di quei nomi segnati sull’albero genealogico, che risale al 1779. Un lavoro di ricostruzione iniziato nel 2015 e che ancora continua, alla ricerca di copioni e materiali vari, salvi paradossalmente grazie alla censura del regime fascista. Possiamo affermare che in qualche caso gli organi di controllo si fecero custodi, involontari, di un patrimonio culturale che diversamente, con molta probabilità, sarebbe andato perduto.
Figli D’arte, di Renato De Rosa, restituisce vita al contenuto dell’archivio di Mary: la storia degli undici fratelli De Rosa e dei loro discendenti divenuti attori girovaghi quando la figura del capocomico raggiungeva la sua maggiore affermazione – questo avveniva prima dell’avvento e dell’affermazione del teatro di regia nel ’900. Il libro abbraccia un racconto lungo cento anni, ricostruendo vicende familiari nell’intrecciarsi con la storia del teatro itinerante e quella di un Paese, l’Italia, caratterizzato dal profondo divario sociale ed economico tra Nord e Sud; un Meridione attraversato da arretratezza e miseria contadina da una parte, dall’altra un Settentrione che assisteva alla nascita di una nuova classe sociale, quella degli operai, che emergeva insieme all’affermarsi delle piccole e medie industrie.
Un racconto romanzato quello di Renato De Rosa, capace di scandagliare, come singole e accurate biografie, le vite di un’intera famiglia; siamo alla narrazione di una storia fatta di briganti e Borboni, di guerre, di lutti e di fascismo, di censura e confinati, di anarchia, di Liberazione e di Repubblica, di chi emigra e di chi resta, di teatranti e di passione per un’arte capace di schierarsi contro le ingiustizie sociali, tra le ostilità del potere politico e religioso. Un incontro dei protagonisti con persone, fatti storici, l’arte, la cultura, i poeti, la letteratura; date e nomi importanti: il terremoto di Messina, il 1915, Mussolini, Gramsci, Sante Pollastri, Vittorio Emanuele III, La Figlia di Iorio, La Cena delle Beffe, Giovanni Guareschi e Don Camillo, La Fiaccola sotto il moggio, gli articoli sul Piccolo Faust, l’Armistizio, il baraccone di legno della famiglia Rame, Roberto Farinacci, La morte civile, l’antifascismo e il dopoguerra.
Un racconto che supera le mode, i generi, gli ideali, fino al declino di un’arte girovaga che non poteva più reggere la concorrenza del cinema, della televisione e di un nuovo modo di intendere il teatro, non più impresa commerciale a carattere privatistico e familiare, ma bene culturale in cui la visione artistica diventava predominante.
I De Rosa, gente senza radici, attraversarono l’Italia viaggiando per strade impervie, su carri trainati da cavalli e su treni i cui sedili erano semplici panche di legno; accolsero gli applausi dei pubblici più colti e di quelli più ignoranti; si esibirono nei piccoli borghi, in paesi sperduti della Sila, della Basilicata, della Lombardia, delle Marche, in Toscana, in Emilia e in tutte quelle periferie culturali in cui le compagnie secondarie arrivavano per allietare pubblici i quali, per entusiasmo, restituivano agli attori la sensazione di sentirsi divi famosi al pari delle compagnie primarie che recitavano in importanti teatri delle grandi città.
Però i De Rosa fecero di più: non si limitarono a intrattenere gli spettatori per puro divertimento, ma alzarono l’asticella dell’offerta, che per loro doveva essere culturale: il teatro doveva educare anche a rischio della libertà, anche sotto la minaccia della censura del regime, che i De Rose avevano imparato ad aggirare con maestria.
Figli D’arte è la storia di una famiglia e del teatro portato nel cuore e nei bauli, di villaggio in villaggio, di un palcoscenico, quello della vita, che portò la gente a emigrare e a integrarsi, per sopravvivere, nell’industria della produzione di massa, quella del lavoro nelle fabbriche dopo la seconda guerra mondiale. È la storia di un’Italia raccontata dalla parte della gente, di chi costruisce le città senza essere ricordato.
Renato de Rosa è nato nel 1957 a Castellina in Chianti, vive e lavora a Carrara, dove dirige una società specializzata nella consulenza d’impresa. Discende da una dinastia di attori teatrali la cui origine si perde nei secoli. Ha ideato e insegna Free Mind, una tecnica per sviluppare l’attitudine a pensare con la propria testa. È creatore di giochi da tavolo, categoria nazionale di scacchi e di bridge, ed è iscritto al Mensa, l’associazione mondiale delle persone ad elevato Q.I. Scrittore e autore umoristico, ha collaborato con i laboratori di Zelig. Ha scritto Il più grande calciatore del mondo (Limina Edizioni, 2006), La variante del pollo (Mursia, 2012), La variante del pollo international (Mursia, 2016), Osvaldo, l’algoritmo di Dio (Carbonio 2020), Figli d’arte (Photo Travel Editions, 2021). Per FUOCOfuochino ha pubblicato I tre porcellini. Una favola matriarcale e non sessista (2025).





















