Durante una battuta di caccia sulle Alpi, un ex dirigente politico viene riconosciuto da un uomo che condivide con lui un passato nella Resistenza. L’incontro innesca una lenta resa dei conti: amicizie, colpe e compromessi riaffiorano, legati a un episodio oscuro mai chiarito. Nel corso di una giornata sospesa e claustrofobica, il passato stringe il cerchio, trasformando la caccia in un confronto morale senza possibilità di fuga.
Battuta di caccia non è soltanto il seguito ideale di Le falangi dell’Ordine Nero: è il punto in cui tutto ciò che Bilal e Christin avevano preparato, affinato, caricato di tensione trova finalmente una forma definitiva. Qui non c’è più soglia, né attesa – c’è l’ingresso pieno, irrevocabile, nel territorio della maturità assoluta. Un’opera che non avanza, ma incalza; che non suggerisce, ma inchioda.
Graficamente, Bilal compie un salto ulteriore, quasi crudele. Il suo segno si fa più essenziale e al tempo stesso più perturbante, come se avesse eliminato ogni residuo di protezione estetica. I volti sono maschere consumate, i corpi portano i segni di una vita passata a nascondere, a resistere, a tradire. La neve, i boschi, gli spazi aperti diventano superfici mentali, luoghi dell’anima prima ancora che scenari narrativi. Il colore – livido, spento, trattenuto – non descrive, ma giudica. In Battuta di caccia Bilal non disegna l’azione: disegna il peso che l’azione lascia addosso a chi l’ha compiuta.
È però sul piano narrativo che Christin raggiunge il suo vero acme. Qui la politica non è più ideologia in conflitto, ma memoria che ritorna sotto forma di colpa irrisolta. La struttura del racconto è chirurgica: un presente apparentemente quieto viene lentamente perforato da un passato che non ha mai smesso di organizzarsi nell’ombra. Lo sceneggiatore francese orchestra una storia di fantasmi senza bisogno di evocare il soprannaturale: bastano gli sguardi, le omissioni, i silenzi troppo lunghi. La “battuta” del titolo non è solo quella di caccia, ma quella morale, implacabile, che costringe i personaggi – e noi lettori – a uscire allo scoperto.
Non esistono innocenti: solo gradi diversi di compromissione. La Resistenza, la militanza, l’eroismo vengono sezionati con una lucidità spietata, pur senza mai scivolare nel cinismo. Christin non demolisce la Storia: ne mostra le crepe, il modo in cui continua a vivere dentro chi l’ha attraversata, deformandola. È un racconto sulla responsabilità che non finisce mai, sull’impossibilità di archiviare davvero il passato come una pratica conclusa.
Qui la collaborazione tra Bilal e Christin raggiunge una fusione totale: testo e immagini non si accompagnano, si inseguono, si contraddicono, si potenziano a vicenda. Battuta di caccia è il momento in cui il fumetto europeo dimostra, senza alcun bisogno di proclami, di poter essere uno strumento adulto, complesso, moralmente inquieto. Un’opera che non chiede di essere amata, ma affrontata – come una traccia nel bosco che si sa di dover seguire, anche se si intuisci già dove potrebbe condurti.






















