Scheda
- Autore
- Oswald Spengler
- Titolo
- Il tramonto dell’Occidente
- Traduzione
- Julius Evola
- Editore
- Longanesi, 2008
- Info
- 1600 pp., 55,00€
Pubblicato in due volumi tra il 1918 e il 1922, Il tramonto dell’Occidente è una delle opere filosofico-storiche più controverse e affascinanti del XX secolo. Oswald Spengler propone un’interpretazione della Storia basata su cicli culturali nei quali ogni civiltà attraversa fasi analoghe: crescita, apice e decadenza. L’Occidente, a suo dire, avrebbe superato il suo periodo creativo (paragonato alla giovinezza) e starebbe entrando in una fase di rigidità tecnocratica e burocratica, destinata a concludersi con il collasso.
L’opera colpì profondamente l’Europa post-bellica, devastata dalla Grande Guerra e in crisi d’identità: Spengler rifiuta una visione lineare del progresso e dipinge un futuro inevitabilmente segnato da autoritarismo, guerre e perdita di vitalità culturale.
Leggendo Il tramonto dell’Occidente oggi, ci sembra di trovarci di fronte a una profezia oscura che si sta avverando sotto i nostri occhi. Il declino culturale di cui parlava l’autore tedesco si manifesta nella superficialità del dibattito pubblico, nella crisi delle istituzioni democratiche e nella crescente tecnocrazia, che governa con logiche fredde e impersonali. E la globalizzazione ha accelerato l’omologazione delle culture, proprio come lui aveva previsto per le civiltà in fase terminale.
C’è anche la sensazione, sempre più diffusa, che l’Occidente abbia perso la sua spinta creativa, sostituita da un eterno riciclo di idee e da un’apatia generalizzata. Spengler parlava di un’epoca futura dominata da “Cesari” – uomini forti, i classici leader autoritari che emergono in tempi di caos. E guardandoci intorno, con il ritorno di nazionalismi aggressivi e il precipitoso declino delle democrazie liberali, non sembra poi così lontano dalla realtà.
Un’opera densa e complessa, ma oggi ancora più attuale di quando è stata concepita. Perfetta per chi ama la filosofia della storia e le visioni apocalittiche del destino umano. E per chi, leggendo le notizie, avverte un brivido gelido scendergli lungo la schiena.
Nota – Spengler è uno di quegli autori che vengono continuamente citati, spesso a sproposito, sia dai suoi ammiratori, sia dai suoi detrattori, anche perché le due traduzioni sono rispettivamente di Julius Evola e Stefano Zecchi.
Il fatto che la traduzione italiana del 1957 sia firmata da Julius Evola in effetti non è irrilevante: Evola ammirava alcuni aspetti del pensiero spengleriano, soprattutto il pessimismo verso la modernità e la critica dell’egualitarismo democratico, e questo certamente contribuì alla sua ricezione in ambienti della destra radicale italiana. Tuttavia, Spengler non era Evola, né tantomeno un teorico fascista in senso stretto. Quanto a Stefano Zecchi, la questione è diversa. Il fatto che oggi sostenga posizioni culturali conservatrici o parli di “cambio di sillabario” non invalida automaticamente il suo lavoro filologico. Una traduzione va valutata per accuratezza e apparato critico, non per le idee politiche del traduttore. Certo, è lecito chiedersi se determinate sensibilità influenzino introduzioni e commenti, ma sarebbe scorretto liquidare il testo solo per questo.
Spengler critica anche il parlamentarismo liberale e la democrazia di massa: li considera fenomeni terminali della civiltà occidentale, segnali del passaggio dalla fase creativa della Kultur a quella meccanica e decadente della Zivilisation. E guarda con nostalgia alla Prussia, che identifica con valori di disciplina, dovere e spirito di servizio contrapposti all’individualismo borghese.
Però bisogna evitare due semplificazioni. La prima è considerarlo un precursore del nazismo. I nazisti lessero Spengler, ma Spengler ebbe rapporti assai ambigui con loro. Ammirava l’energia dei movimenti nazionali, ma disprezzava il razzismo biologico e il populismo volgare del nazionalsocialismo. Criticò apertamente Adolf Hitler e prese le distanze da alcune posizioni del regime. La seconda semplificazione è pensare che Il tramonto dell’Occidente sia soprattutto un pamphlet politico. In realtà è anzitutto una gigantesca filosofia della storia. Spengler sostiene che le civiltà siano organismi viventi: nascono, crescono, maturano e muoiono. L’Occidente – la civiltà “faustiana” – sarebbe ormai nella sua stagione invernale. È questa intuizione, più che le sue idee politiche, ad aver reso il libro tanto influente.
Purtroppo oggi molti citano il titolo senza aver affrontato le oltre mille pagine del testo. E spesso chi le affronta scopre un’opera straordinariamente erudita, suggestiva e insieme profondamente arbitraria. Le analogie storiche sono affascinanti, ma raramente dimostrabili. Il tono profetico è potente, ma può facilmente trasformarsi in fatalismo.
Di certo Spengler non è un autore neutrale e va letto con grande spirito critico. M questo non basta per archiviarlo come semplice reazionario nostalgico della Prussia. Sarebbe come ridurre Nietzsche a un misogino o Marx a un burocrate sovietico.
Forse il modo più corretto di avvicinarsi a Spengler è leggerlo come il sintomo di un’epoca traumatizzata (la Germania uscita dalla Prima guerra mondiale) che cercava disperatamente un senso nel proprio declino. Il suo libro ci dice molto meno sul destino inevitabile dell’Occidente e molto di più sulla paura, diffusissima nel Novecento, che una civiltà possa perdere fiducia in se stessa. E forse è proprio per questo che continua a essere citato ogni volta che qualcuno annuncia, per l’ennesima volta, la fine del mondo che conosciamo.