Immagina che un giorno, senza alcun preavviso, le ragazze adolescenti inizino a emettere scariche elettriche dalle mani. Così, zac, con un colpo improvviso, possono stordire, ferire, uccidere. Non è magia, non è fantascienza: è una sorta di mutazione evolutiva che passa da loro alle donne adulte. E da lì cambia tutto. Tutto.
Ragazze elettriche è un romanzo che parte con un’idea fulminante – nel vero senso della parola – e ci trascina al suo interno senza lasciarci il tempo di pensarci troppo: è un libro che si legge con voracità anche se a volte inciampa un po’, un libro che ci lascia addosso domande scomode.
Naomi Alderman ha il merito di non farci la predica. Non è il classico libro che dice: “ecco, ora immagina un mondo perfetto governato dalle donne”. Anzi. Ci porta a vedere che, se cambi il sistema ma non cambi le logiche di fondo, la violenza e il dominio si ripresentano uguali, solo con facce diverse. Il potere corrompe, anche se hai le unghie laccate e la voce gentile (e le recenti vicende politiche lo dimostrano come non mai).
Ci sono anche personaggi che restano addosso. C’è Allie, ad esempio, una ragazza che scappa da una famiglia violenta e finisce per fondare una nuova religione, tutta al femminile. Ha delle visioni, o forse sente davvero una voce divina, ma non si sa mai se fidarsi. È insieme divina e pericolosa. Poi c’è Roxy, figlia di un boss inglese, che rende il suo potere potentissimo grazie alla rabbia che si porta dentro e che pare non avere fine. È ruvida, diretta, devastante: un personaggio che non fa sconti, né a sé stessa né agli altri – ma soprattutto agli altri.
C’è anche Tunde, un ragazzo nigeriano che decide di documentare tutto questo cambiamento. E lo fa all’inizio quasi per gioco, come se stesse filmando qualcosa di curioso. Ma poi si trova catapultato in un mondo dove essere uomo significa cominciare ad avere paura. È interessante perché con lui vediamo che cosa succede a osservare tutto questo “da fuori”, e a non avere nessun potere da difendere.
E infine Margot, una politica americana, madre, scaltra, ambiziosa. Lei il potere lo conosce già, anche senza elettricità. E quando capisce cosa può farci davvero, non si tira indietro. È un personaggio che non si lascia incasellare: la sia ammira e la si teme, a momenti la si disprezza, ma alla fin fine la si capisce.
Il bello di questo romanzo è che non fa mai veramente il tifo per nessuno, perché proprio quando lo si sta facendo ci si accorge di un risvolto del personaggio che ci fa cadere l’entusiasmo. Porta a riflettere, a volte mette anche a disagio, perché ci mostra chiaramente che, anche se ci piace raccontarcelo, il problema non è “chi comanda”, ma il fatto stesso di voler comandare. A ogni costo. A ogni prezzo. Contro gli interessi di tutti.
Non è un sempre perfetto, intendiamoci: ci sono passaggi affrettati, evoluzioni un po’ forzate, che avrebbero avuto bisogno di maggior spazio, e alcuni personaggi sembrano messi sulla pagina più per la loro funzione che per una reale necessità narrativa. Ma, nel complesso, è uno di quei romanzi che aprono un varco nella testa: non ti offre risposte facili, ma una mappa da esplorare. E quando lo chiudiamo, non finisce: continua a darci dlel scosse sotto pelle.
Ragazze elettriche arriva anche in un momento topico della carriera di Naomi Alderman, come una svolta in cui tutto quello che aveva scritto prima si raccoglie e prende fuoco. Prima di questo, infatti, aveva già pubblicato romanzi molto interessanti, ma più “contenuti”, più intimisti, anche se sotto sotto già covavano gli stessi temi: fede, identità, potere e, soprattutto, che cosa significa avere – o non avere – il controllo sul proprio corpo e sul proprio destino.
Per esempio il suo esordio, Disobbedienza, è una storia ambientata in una comunità ebraica ortodossa a Londra, molto legata alla sua esperienza personale. È un romanzo su una donna che torna a casa dopo essersene andata e si ritrova a fare i conti con tutto quello che ha lasciato: la religione, le aspettative, le regole che l’hanno soffocata fin da piccola. Già lì c’era qualcosa che bruciava sotto la superficie, un’inquietudine, una voglia di liberarsi, anche se il tono era molto più sommesso.
Poi ha scritto altri romanzi, come Senza toccare il fondo, che si muove tra le dinamiche affettive di un gruppo di giovani universitari e Il vangelo dei bugiardi, una rivisitazione provocatoria della storia di Gesù vista dalla prospettiva di chi lo conosceva davvero. In tutti questi lavori la Alderman smonta i racconti ufficiali, rimette in discussione le versioni dominanti. È una scrittrice che ama interrogare le narrazioni, specialmente quelle sacre o intoccabili.
Quando arriva Ragazze elettriche, però, fa un balzo in avanti. È come se a un certo punto avesse deciso: “Ok, adesso prendo tutte queste domande, ci metto sopra la benzina e lancio un fiammifero”. Il libro è più ambizioso, più disturbante. Non parla più solo del singolo o della comunità, ma del mondo intero. E, soprattutto, lo fa in chiave distopica – quindi, in un certo senso, si avvicina a Margaret Atwood, che tra l’altro è stata sua mentore e l’ha molto sostenuta. Ma mentre la Atwood guarda spesso al futuro come a una lenta catastrofe, la Alderman ci mostra una rivoluzione che scoppia in tempo reale. È immediata, brutale… elettrica.
Dopo Ragazze elettriche ha continuato su questa strada, con Il futuro, un romanzo che si concentra sull’idea di fine del mondo e sulle élite tecnologiche che pensano di potersela cavare solo perché sono ricche. Ancora una volta, potere e controllo. Ma lì siamo già in un altro capitolo, ancora più attuale.
Ma è Ragazze elettriche il punto di rottura. È il libro col quale l’autrice smette di bisbigliare e comincia a urlare: un grido lucidissimo, intenzionale, provocatorio. È come se finalmente dicesse: “Adesso vi faccio vedere cosa succede davvero quando cambiano le regole del gioco”.
Ragazze elettriche è stato accolto con entusiasmo travolgente ma anche con qualche riserva interessante, soprattutto nel mondo anglosassone. Quando è uscito, nel 2016, ha punto un nervo scoperto, perché l’ondata di femminismo contemporaneo era in pieno fermento. Molti ne hanno parlato, esagerando, come del nuovo Racconto dell’ancella, perché prende il femminismo distopico e lo riformula in modo meno vittimistico e più corrosivo. Se Il racconto dell’ancella mostra un mondo in cui le donne sono schiacciate dal potere patriarcale, la Alderman fa il contrario: immagina un mondo in cui il potere cambia mano… e mostra che questa svolta non porta alcun cambiamento realmente positivo.
Questo ha fatto sobbalzare critici, lettrici e lettori dei circoli più politicizzati. Il libro ha vinto il Baileys Women’s Prize for Fiction (uno dei premi più importanti per la narrativa scritta da donne), è stato tradotto in oltre 30 lingue ed è finito nelle liste dei “migliori romanzi dell’anno” per The New York Times, The Guardian, NPR, Washington Post… Ma proprio perché non è un libro “a tesi”, ha anche fatto discutere. Alcune lettrici femministe lo hanno trovato inquietante, perché mette in scena un femminismo che si sporca le mani. Niente redenzione, niente eroine. Il potere che assumono le donne nel libro è reale, fisico e anche brutale: c’è violenza, c’è vendetta, c’è sete di dominio. Alcuni hanno obiettato: “Ma allora la Alderman sta dicendo che le donne, al potere, diventano cattive come gli uomini?”. E la risposta implicita del romanzo è: sì, se usano il potere allo stesso modo.
Insomma, non è un libro che accarezza. È un romanzo divisivo, nel senso migliore del termine: apre dibattiti, costringe a riflettere, mette in crisi. Ha funzionato benissimo nei gruppi di lettura, nei contesti scolastici, nei corsi universitari, proprio perché lascia poco spazio all’indifferenza.
In Italia, come spesso accade, l’accoglienza è stata decisamente più tiepida e un po’ più “di nicchia”. Tradotto da Nottetempo (e solo nel 2025 recuperato da Feltrinelli), ha avuto il suo pubblico, ma senza il clamore suscitato a livello internazionale. Forse perché qui i discorsi sul potere di genere, sulla rappresentazione distopica del femminile e sulla narrativa di genere (fantascienza inclusa) faticano ancora a trovare lo spazio critico che meriterebbe, sia a causa di un provincialismo che identifica puntualmente la narrativa di genere come sottoprodotto, sia perché tocca nervi scoperti che la mentalità comune preferisce evitare: mette in discussione l’idea rassicurante della “superiorità morale femminile”, mostra donne che esercitano il potere, che esercitano la violenza e ribalta il tradizionale schema vittima/carnefice. In un Paese dove il dibattito femminista è spesso polarizzato e ancora legato a ruoli culturali molto radicati, un libro che non consola fatica a trovare spazio.
Eppure Ragazze elettriche, a distanza di anni, continua a essere letto e riletto. Forse è proprio questo il segno migliore: non è un libro legato soltanto all’attualità, ma una riflessione in forma narrativa su come ci comportiamo quando possiamo dominare invece di doverci difendere. In fondo, è un’affermazione che vale sempre: non esistono poteri buoni.





















