Il reporter americano John Carmichael è in Messico alla ricerca di una storia che sfugge; lo studioso Thomas Yates, invece, è sulle tracce del fratello Eddie, ex star del rock, scomparso nel cuore della giungla maya. Tra rivolte, insurrezioni filo-cubane e armate segrete, Eddie scompare nei tempi antichi di un’impero morente. Shiner intreccia avventura, musica e mito, conducendo i protagonisti verso le rovine di una civiltà e le macerie della propria identità.
Che cosa resta del desiderio quando l’ideale si ritira, quando le città del cuore si desertificano e noi ci ritroviamo a camminare tra le rovine delle nostre attese? In Deserted Cities of the Heart, Lewis Shiner ci invita in una terra dove il tempo non scorre lineare ma si imbratta di memoria, desiderio e spettri. È un romanzo che sembra iniziare con una ricerca di notizie in una città straniera; continua con la scomparsa di un fratello, l’abbandono della civiltà e l’immersione in mondi antichi… e finisce per esplorare i confini dell’animo umano.
Nel viaggio che Lewis Shiner ci propone, le “città desertate del cuore” non sono semplicemente luoghi geografici abbandonati, ma paesaggi interiori in cui gli ideali degli anni Sessanta – bagliori di rivoluzione, rock & roll, mistica psichedelica – si trasformano lentamente in polvere. I protagonisti – John, Thomas, Eddie – si muovono tra il Messico contemporaneo e le rovine maya, ognuno con il proprio impulso a cercare, a dimenticare, a fuggire. Eppure, dietro tutto questo, Shiner tesse il tema della rinuncia: l’amore che diventa ossessione, l’amicizia che si incrina, il sogno che implode.
La musica, onnipresente nell’opera di Shiner, qui assume un ruolo quasi sacro: Eddie è un’ex-rock star e Yates è legato all’universo sonoro che ha segnato un’epoca. Il titolo stesso del romanzo echeggia la celebre canzone dei Cream, Deserted Cities of the Heart, che parla di cuori in rovina, di spazi vuoti interiori e della ricerca di redenzione (“If the lion could talk / …what would he say…?”). L’ispirazione musicale diventa dunque metafora: ciò che è stato cantato, creduto e vissuto, ora è silenzio, saccheggio, bisogno di ricostruzione.
Nel vasto scenario che Shiner dipinge, le città – messicane, maya, interiori – sono personaggi: decadenti, brulicanti, carichi di violenza e di possibilità. Il romanzo esplora l’idea che la distruzione collettiva possa essere specchio della distruzione personale, e che nelle crepe, nelle rovine, possa germogliare un nuovo inizio. Tra politica, misticismo, rivoluzione e musica, l’autore si chiede e ci chiede: che cosa succede quando il mito collassa? E quando ciò che amavi diventa fantasma, come ricostruisci te stesso? La risposta – parziale, incerta – è che puoi rialzarti, ma solo accettando le rovine, imparando ad abitare le città deserte del tuo cuore.
Un romanzo che parla di come si sopravvive alla fine dei sogni – personali, politici, spirituali – e di come, tra le macerie di un mondo e di un’epoca, l’unico vero atto rivoluzionario resti ancora quello di credere, ostinatamente, che l’amore e la memoria possano ridare voce al silenzio.





















