I viaggi di Gulliver è un libro che è stato a lungo relegato nello scaffale delle favole, ma solo perché l’umanità ha sempre avuto il vizio di chiamare “fiaba” tutto ciò che la mette in imbarazzo.
Swift possiede una qualità rarissima: non spera nulla da parte del lettore. Non vuole educarlo, non vuole salvarlo, non vuole neppure piacergli. Lo osserva come un naturalista osserva un insetto, con una lente fredda e una pazienza spietata. La fantasia, in questo libro, non è evasione, ma strumento chirurgico: serve a incidere la realtà con maggiore precisione.
A Lilliput l’uomo è ridotto a misura della sua vanità; a Brobdingnag la sua presunta grandezza diventa ridicola; a Laputa l’intelligenza si rivela sterile; e nel paese degli Houyhnhnm la ragione, finalmente pura, condanna l’uomo senza appello. È un viaggio geografico solo in apparenza: in realtà è una lenta, metodica demolizione dell’orgoglio umano.
Swift ha l’audacia di essere moralista senza morale: non predica, non consola, non offre redenzioni. La sua satira non corregge i costumi, li espone, li seziona e li abbandona sul tavolo. In questo senso, Gulliver è un libro profondamente onesto, e quindi profondamente crudele.
Si è spesso rimproverato a Swift il suo pessimismo. L’accusa è ingiusta: non è affatto pessimista, è semplicemente attento. Ha guardato l’uomo abbastanza a lungo da non potergli più mentire. Se la sua visione è cupa, è perché la luce della verità non è mai lusinghiera.
E tuttavia, in questa ferocia, c’è una forma di grandezza artistica che pochi scrittori osano permettersi. Swift comprende che la satira più alta non nasce dall’indignazione, ma dalla chiarezza. Infatti non urla contro il mondo: lo descrive. Ed è per questo che fa tanto male.
I viaggi di Gulliver non è un libro da leggere per diventare migliori, ma per diventare più lucidi. Non migliora l’umanità: la smaschera. E, in un’epoca che ama le illusioni più della verità, questo resta il suo scandalo più imperdonabile. Oggi come ieri.





















