Anthony Patch e Gloria Gilbert attraversano New York e l’alta società americana inseguendo piacere, bellezza e un’eredità promessa. Vivono di aspettative, sprechi e illusioni, incapaci di lavorare o di amare davvero, mentre il loro matrimonio si consuma.
Belli e dannati è forse il romanzo più spietato di Fitzgerald. Non perché sia il più crudele, ma perché i protagonisti sono privi di alibi. Non è presente l’epica malinconica del Grande Gatsby, né l’illusione di una purezza perduta da rimpiangere Di qua dal Paradiso: ci sono un presente che si trascina, una giovinezza che marcisce mentre viene vissuta, una bellezza che si consuma nell’atto stesso di essere ammirata. Anthony e Gloria non cadono: scivolano gradualmente. Non vengono traditi dal sogno americano: lo abitano fino a svuotarlo, fino a renderlo una stanza priva d’aria.
Il centro del romanzo è l’inconsistenza delle vite che racconta. Anthony e Gloria non sono vittime tragiche, né ribelli: vivono sospesi. Credono che il denaro risolverà tutto, che l’eredità sarà una redenzione differita, che il tempo possa essere speso senza conseguenze. Fitzgerald li osserva con uno sguardo freddo, quasi clinico, mostrando come l’assenza di necessità produca un vuoto morale, una paralisi dell’identità. Non fare nulla diventa una forma di autodistruzione lenta, elegante, socialmente accettabile.
Il mito americano – successo, giovinezza, felicità come diritto – viene rovesciato senza enfasi. Il denaro non salva, non risarcisce, non restituisce ciò che il tempo ha consumato. Quando arriva, arriva come una beffa: non inaugura un nuovo inizio, ma certifica una fine già avvenuta: un certificato di morte dell’anima. Non c’è redenzione, non c’è crescita, non c’è maturazione: c’è solo la continuità dell’errore, premiata troppo tardi per avere un senso. Vincere equivale comunque a perdere.
È anche per questo che Belli e dannati ha profondamente infastidito – e continua a infastidire – una certa idea di letteratura americana. È un grande romanzo americano perché racconta l’America senza offrirle una giustificazione morale, senza trasformare il fallimento in lezione edificante e il successo in premio meritato. Ma non è il grande romanzo americano, perché non costruisce un’icona nazionale, non chiude la parabola, non concede catarsi. Fitzgerald non denuncia, non predica, non propone alternative: mostra. E ciò che mostra è una bellezza che diventa debito, un amore che si trasforma in logoramento reciproco, un futuro continuamente rimandato, fino a dissolversi.
Liquidarlo oggi quale “vecchiume”, come fanno alcuni, serve soprattutto a evitare il confronto. Perché questo romanzo parla di vite trascinate, di identità fondate sull’anticipazione di un risarcimento futuro che sembra non arrivare mai, di un presente eterno che divora ogni progetto. Testimonia, con calma e lucidità, che si può ottenere ciò che si desidera e scoprire che non serve più a nulla. È un libro senza salvezza e senza tragedia – ed è proprio per questo che resta così difficile liberarsene, allora come oggi, fingendo che non parli di noi. Perché quello che scrive Fitzgerald sulla società americana ne è, sostanzialmente, l’autopsia.





















