Elizabeth Strout – Mi chiamo Lucy Barton

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Lucy Barton sta lentamente riprendendosi in un ospedale di New York dopo un’operazione. Un giorno, accanto al suo letto compare la madre, con la quale non ha mai avuto un rapporto semplice. Per cinque giorni le due donne parlano di persone del loro paese d’origine, di pettegolezzi e ricordi apparentemente insignificanti. Ma sotto la superficie affiorano il peso della povertà, il dolore di un’infanzia difficile, il bisogno d’amore e la fatica del perdono. 

Mi chiamo Lucy Barton è un romanzo in cui sembra accadere pochissimo ma finisce per dire molto. Elizabeth Strout rinuncia ai grandi colpi di scena, agli eventi straordinari, alla costruzione di un intreccio tradizionale, e affida il cuore della narrazione alla voce di Lucy: una voce esitante, frammentaria, spesso reticente, che si avvicina ai ricordi come si sfiora una ferita ancora sensibile. Ed è proprio questa apparente semplicità a spiegare la straordinaria considerazione di cui il romanzo gode presso lettori e critica.
Elizabeth Strout possiede il raro talento di suggerire anziché dichiarare: ciò che conta non è tanto ciò che Lucy racconta, quanto ciò che fatica a raccontare – il trauma della povertà, l’umiliazione sociale, la fame di affetto, le conseguenze invisibili di un’infanzia segnata dalla trascuratezza e dall’isolamento.
Il dialogo tra Lucy e la madre occupa gran parte del romanzo, ma è un dialogo pieno di omissioni. Le due donne si muovono attorno alle questioni essenziali senza quasi mai nominarle direttamente. Eppure è proprio attraverso i silenzi, i cambi di argomento, i dettagli apparentemente banali che percepiamo tutta la complessità di un rapporto familiare fatto insieme di amore, incomprensione e impossibilità di riparare completamente al passato.

Elizabeth Strout, vincitrice del Pulitzer Prize per Olive Kitteridge, dimostra anche qui la sua straordinaria capacità di cogliere la vita interiore dei personaggi senza indulgere nel sentimentalismo. Mi chiamo Lucy Barton non cerca facili consolazioni: riconosce che alcune ferite non guariscono del tutto e che il perdono, quando arriva, assume forme imperfette e ambigue.
È un romanzo che richiede ascolto e disponibilità alla sfumatura. Chi vi si accosta aspettandosi una trama incalzante potrebbe restarne spiazzato; chi invece accetta di lasciarsi guidare dalla voce di Lucy scoprirà una riflessione profonda sull’identità, sulle origini e sul modo in cui continuiamo a essere plasmati dalle persone che ci hanno cresciuti. In poco più di 150 pagine, l’autrice riesce nella difficile impresa di trasformare l’ordinario in qualcosa di universale e indimenticabile.

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