Alcuni libri non si limitano a raccontare delle storie, ma disegnano un paesaggio umano, un luogo mentale in cui si riconosce qualcosa di autentico, di inevitabile (o in cui si teme di riconoscersi). Le nonne, raccolta di tre racconti lunghi (The Grandmothers, Victoria and the Staveneys e A Love Child, praticamente un romanzo breve), appartiene a questa categoria rara. Pubblicati originariamente nel 2003, quando Doris Lessing era ormai considerata un’autrice cardine della letteratura novecentesca, provocarono una grande attenzione, a tratti scandalizzata: la Lessing tornava a interrogare i legami più profondi e contraddittori – la maternità, l’amore, la classe sociale, la colpa – con il suo sguardo lucidissimo e insieme impietoso.
Il racconto che dà il titolo alla raccolta, Le nonne, è forse il più noto e il più perturbante: due donne, amiche da sempre, intrecciano un rapporto amoroso con i rispettivi figli adolescenti, in una spirale di desiderio, dipendenza e malinconia. Non è solo la materia incandescente del tabù a colpire, ma la calma, quasi glaciale, con cui l’autrice ne osserva lo sviluppo: la passione diventa un esperimento emotivo, un territorio in cui l’amore materno e l’erotismo si confondono, fino a diventare indistinguibili. Quando il racconto apparve, molti critici parlarono di scandalo, ma altri vi lessero un gesto di straordinario coraggio intellettuale: la volontà di esplorare una forma estrema dell’affetto umano senza giudizio né moralismo.
Victoria e gli Staveney sposta il baricentro sul piano sociale. Qui la protagonista è una ragazza nera cresciuta in povertà, orfana, che, dopo un incontro casuale, entra in contatto con una ricca famiglia bianca di Londra. La relazione con uno dei figli degli Staveney e la nascita di una bambina rivelano la persistenza delle disuguaglianze razziali e di classe nella società contemporanea. Doris Lessing mette in scena, con una chiarezza quasi dolorosa, l’illusione dell’uguaglianza raggiunta: dietro la cortesia e il liberalismo di facciata, restano intatti i confini invisibili del privilegio, del pregiudizio, del colonialismo, non solo culturale.
Il figlio dell’amore ci riporta al tempo della guerra, quando un soldato, imbarcato su una nave diretta al fronte, vive un amore improvviso e assoluto che cambierà per sempre la sua percezione della vita. È il racconto più “classico” nella forma, ma non meno radicale nel contenuto: qui l’amore non è più un vincolo terreno, ma una rivelazione interiore, una possibilità di salvezza che la realtà – la Storia, la guerra, la convenzione – inevitabilmente nega.
Letti insieme, questi tre racconti dialogano come tre variazioni sullo stesso tema: la tensione fra desiderio e responsabilità, fra libertà e destino. In ciascuno c’è un legame che sfida le regole – di sangue, di ceto, di tempo – e che, nel farlo, rivela qualcosa d’inconfessabile ma di profondamente umano. Doris Lessing non cerca mai di consolarci; piuttosto, ci invita a guardare attraverso le zone grigie, quelle in cui la morale vacilla e la verità si mostra nuda, senza difese.
Da leggere perché ogni pagina è un laboratorio emotivo e morale: un luogo nel quale la superficie delle relazioni si disfa e mette in mostra ciò che normalmente viene celato: il desiderio di essere amati, la paura di perdere, l’impossibilità di rimanere innocenti. Sono racconti di una scrittrice al culmine della propria consapevolezza, capaci di scuotere, di turbare e, soprattutto, di far pensare. E ci ricordano che la letteratura non serve a tranquillizzare, ma a guardare il mondo – e noi stessi – con occhi più attenti.





















