Daniele Ganser – Le guerre illegali della NATO

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Quando affrontiamo Le guerre illegali della NATO di Daniele Ganser, non siamo davanti a un testo neutro, e non è affatto un limite. È, piuttosto, un libro che prende posizione, e lo fa assumendosi il rischio – oggi raro – di chiamare le cose con il loro nome.
Ganser parte da un presupposto tanto semplice quanto destabilizzante: il diritto internazionale non è un ornamento retorico delle relazioni tra Stati, ma dovrebbe costituirne l’ossatura. Se questo principio viene sospeso o reinterpretato a seconda dei rapporti di forza, allora ciò che chiamiamo “ordine mondiale” non è altro che una costruzione ideologica.

Il cuore del libro sta qui: nella dimostrazione puntuale, documentata, che molte operazioni militari condotte dalla NATO dopo il 1991 non possono essere giustificate né come autodifesa, né come interventi autorizzati dalle Nazioni Unite. Ganser non indulge nella retorica complottista, ma lavora sul terreno – troppo spesso trascurato – delle fonti ufficiali: trattati, risoluzioni, cronologie, dichiarazioni pubbliche. Ed è proprio questo a rendere il testo tanto disturbante: non smaschera il potere dall’esterno, ma lo incalza usando i suoi stessi strumenti normativi.

Da studioso dei processi di costruzione del consenso, trovo particolarmente convincente il modo in cui il libro illumina la distanza crescente tra il linguaggio politico-mediatico e la realtà delle pratiche militari. Le guerre “illegali” di cui parla Ganser non sono solo violazioni giuridiche: sono operazioni simboliche, rese accettabili attraverso un lessico eufemistico che anestetizza il conflitto: “missioni di pace”, “interventi umanitari”, “responsabilità di proteggere” – formule che funzionano come dispositivi ideologici, capaci di trasformare l’uso della forza in dovere morale. Ganser ha il merito di mostrare come questa torsione del linguaggio non sia accidentale, ma strutturale.

La sua prospettiva è esplicitamente critica, e in alcuni passaggi persino radicale. Ma è una radicalità che nasce dall’adesione coerente a un principio, non da un rifiuto pregiudiziale dell’Occidente e delle sue istituzioni. Al contrario, Le guerre illegali della NATO può essere letto come un atto di fedeltà – severa, esigente – ai valori che l’Occidente proclama: legalità, trasparenza, responsabilità. In questo senso, Ganser non è un demolitore, ma il testimone scomodo di una contraddizione irrisolta.

Questo libro chiede al lettore di sospendere la fiducia automatica nelle narrazioni dominanti e di esercitare uno sguardo più adulto sulla politica internazionale. Non offre consolazioni, ma strumenti; non semplifica, ma chiarisce. Ed è proprio per questo che, a mio avviso, merita di essere letto e discusso nei contesti formativi e negli spazi pubblici di riflessione critica. Perché ci ricorda che la guerra, nelle società mediatizzate, non si combatte solo con le armi, ma prima ancora con le parole – e che imparare a smontarle è un atto profondamente politico e necessario.

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