Un nemico del popolo, rappresentato per la prima volta nel 1883, sembra quasi rispondere alle polemiche suscitate da Casa di bambola: se là il conflitto era domestico, qui esplode nella sfera pubblica – nella città, nella stampa, nella politica, nell’opinione. E tuttavia il nucleo è lo stesso: un individuo che scopre una verità e si trova improvvisamente solo.
Il dottor Thomas Stockmann scopre che le acque delle terme, orgoglio economico e identitario della sua cittadina, sono contaminate. La sua è, all’inizio, una battaglia illuministica: pensa che la verità scientifica, una volta esposta, verrà accolta con gratitudine. Crede nel progresso, nella ragione, nella maggioranza come soggetto morale. Ma la maggioranza, quando la verità minaccia interessi concreti, si compatta contro di lui. Il medico diventa “un nemico del popolo”.
L’impatto fu meno scandaloso di quello prodotto da Casa di bambola, ma non meno perturbante: Ibsen metteva in scena una critica frontale non solo all’autoritarismo, ma anche alla democrazia di massa quando si lascia guidare dall’opportunismo e dal conformismo. Il dramma intercettava una modernità inquietante: la nascita dell’opinione pubblica come forza manipolabile, la stampa come attore ambiguo, il consenso come criterio di verità. Non è un caso che il testo sia stato continuamente riscoperto nei momenti di crisi politica.
Qui la distinzione tra rivoluzione e disillusione è decisiva. Un nemico del popolo è un testo rivoluzionario perché mette in discussione l’idea rassicurante che il popolo abbia sempre ragione. Ma è anche profondamente disilluso rispetto a qualsiasi mitologia rivoluzionaria: la massa può diventare tirannica, la verità può essere impopolare, la minoranza può avere ragione senza per questo essere salvifica. La celebre affermazione di Stockmann “l’uomo più forte del mondo è quello che sta più solo” non è un proclama eroico, bensì una constatazione amara.
Non c’è qui l’ingenuità romantica del martire. Stockmann è impulsivo, talvolta arrogante, e nel corso del dramma la sua battaglia per la salute pubblica si trasforma in una requisitoria più ampia contro la mediocrità e la viltà collettiva. Anche in questo caso, come in Casa di bambola, Ibsen evita il rischio del pamphlet: il personaggio non è un santo laico, ma una figura complessa, attraversata da idealismo e hybris. La sua solitudine non è pura, anzi, è estremamente problematica.
La modernità del testo è, oggi, quasi dolorosa. Il conflitto tra verità scientifica e interessi economici; la delegittimazione dell’esperto; la manipolazione mediatica; la trasformazione del dissenso in tradimento: tutto questo sembra scritto per il nostro tempo. Non a caso, come già accennato, l’opera è stata riproposta ciclicamente nei momenti in cui la democrazia è apparsa fragile o deformata.
Non sorprende che il cinema abbia guardato a questo testo come a un nervo scoperto della contemporaneità, e la trasposizione fortemente voluta da Steve McQueen (1978) testimonia quanto la figura dell’individuo isolato contro un sistema compiacente continui a interrogare il presente.
Tuttavia Un nemico del popolo non offre consolazioni: non promette che la verità trionferà, non garantisce che la storia farà giustizia. È un testo insieme incendiario e disincantato: incendia le illusioni sulla bontà automatica della maggioranza, ma non sostituisce a quell’illusione un’utopia alternativa. Rimane la responsabilità individuale – fragile, isolata, vulnerabile.
Se Casa di bambola faceva crollare una coppia, Un nemico del popolo incrina una città intera. E, con essa, la fiducia semplice nella democrazia come garanzia morale. Perché non smette di porre la domanda più scomoda: cosa accade quando la verità è scomoda per tutti?
Testo fondamentale e spietato, è una delle opere in cui il teatro si fa arena civile, non per celebrare il popolo, ma per metterlo alla prova. E proprio in questa tensione irrisolta è la sua sfida più improba.





















