Infocrazia di Byung-Chul Han è un saggio che ci fa sentire immersi dentro qualcosa che già vivevamo senza riuscire a nominarlo con precisione. Leggendo queste pagine si ha spesso la sensazione inquietante che Han non stia parlando della “rete”, ma di noi: del nostro modo di informarci, indignarci, discutere, reagire, persino pensare (o credere di farlo).
La sua tesi è tanto semplice quanto destabilizzante: oggi non siamo oppressi dalla mancanza d’informazione, ma dal suo eccesso. Non viviamo più in una società disciplinare, nella quale qualcuno censura e proibisce apertamente qualcosa, bensì in un sistema molto più sottile, e proprio per questo molto più pericoloso, in cui siamo continuamente spinti a produrre dati, opinioni, reazioni, contenuti. La rete ci dà l’impressione di essere più liberi, più partecipi, più ascoltati; invece, secondo Han, proprio questa libertà, del tutto apparente, ci rende più manipolabili che mai.
Infocrazia non parla soltanto di tecnologia: parla di politica, di consenso, di polarizzazione, di emozioni trasformate in carburante algoritmico. Han suggerisce che la democrazia stessa stia cambiando forma: non più il dibattito lento, la riflessione, la mediazione cui erano abituati quelli che con stolido disprezzo vengono chiamati boomer, ma flussi continui di stimoli emotivi, semplificazioni, tifoserie permanenti. Non conta tanto capire, quanto reagire immediatamente; e in questo meccanismo, lo vediamo ogni giorno, il confine tra informazione, propaganda, intrattenimento e manipolazione diventa sempre più sfumato.
Uno dei pregi di questo breve saggio è che Han non scrive come un sociologo tradizionale, propinandoci dati e statistiche a iosa; anzi, scrive quasi per lampi, per intuizioni filosofiche, a volte persino aforistiche. Alcuni lettori lo troveranno illuminante, altri irritante, forse persino apocalittico. Eppure è proprio questo a rendere il suo saggio perfetto per mettersi in discussione, perché costringe continuamente a chiedersi quanto abbia ragione e quanto invece stia estremizzando fenomeni reali.
La domanda più interessante che sorge da questa lettura non è certo “Han ha ragione oppure no?”, ma “quanto del nostro modo quotidiano di vivere la rete – scrollare, commentare, indignarsi, condividere, schierarci – è davvero frutto di una libera scelta, e quanto invece è già stato modellato da un sistema che ha imparato a conoscere le nostre reazioni anche meglio di noi stessi?





















