Bentley Little è noto per il suo stile horror grottesco e per la sua capacità di trasformare situazioni quotidiane in incubi surreali. Tuttavia, The Consultant rappresenta un’occasione sprecata, un romanzo che parte con una premessa estremamente intrigante ma si perde per strada.
L’idea di base è affascinante: un’azienda assume un consulente esterno, il signor Patoff, per ottimizzare le operazioni. Ben presto, però, le sue strategie si fanno sempre più inquietanti e disumane, invasive al punto di trasformare il luogo di lavoro in un campo di battaglia.
Little gioca con il tema dell’alienazione lavorativa amplificandolo fino all’assurdo, un tratto distintivo della sua narrativa. Tuttavia, la storia si affida a una progressione prevedibile e, in fin dei conti, ripetitiva: ogni capitolo introduce una nuova atrocità imposta dal consulente, ma senza una reale evoluzione dei personaggi o della tensione.
È però il finale a segnare la caduta definitiva del romanzo. Dopo aver costruito un’escalation di orrori e abusi, ci si aspetterebbe una conclusione potente, scioccante o almeno coerente con il tono del libro. Invece, Little opta per una risoluzione affrettata e anticlimatica, lasciando molti interrogativi senza risposta e facendo crollare la tensione accumulata. Il confronto finale con Craig Horne risulta deludente, e la spiegazione dietro le sue azioni è tanto vaga quanto insoddisfacente. Inoltre, il destino dei protagonisti lascia una sensazione di incompiutezza, come se l’autore stesso non sapesse bene dove andare a parare.
The Consultant aveva il potenziale per essere un horror sociale tagliente e disturbante, ma si perde in una struttura troppo meccanica e in un finale che tradisce le aspettative.
Un’occasione mancata che lascia più frustrazione che paura.






















