Ava Reid – Lady Macbeth

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Va bene reinventare i personaggi, ma c’è un limite tra reinterpretare e travisare. Lady Macbeth di Ava Reid è uno di quei romanzi che sembrano voler riscrivere la storia con il correttore automatico del presente, mettendo la spunta su “donna forte = vittima da riscattare”. Il problema? Lady Macbeth era già forte. Forte, disturbante, manipolatrice, tragicamente moderna nella sua ambizione senza scrupoli. E proprio lì stava il suo fascino: in quella potenza amorale, in quel rifiuto della maternità, in quella fame di potere non mediata da sentimenti o giustificazioni.
Nel romanzo della Reid, però, tutto questo scompare: Lady diventa Roscille, una principessa bretone con poteri magici e un passato da sopravvissuta, catapultata in un matrimonio brutale con un Macbeth ridotto a cattivone da cartolina. Insomma, si passa da una figura complessa e inquietante a un personaggio che subisce, subisce e ancora subisce – fino a trovare una forma di rivincita, certo, ma sempre entro i confini di un empowerment narrativo che sa più di terapia di gruppo che di tragedia shakespeariana.

È giusto voler riscrivere i personaggi femminili da un’ottica nuova, certo. Ma ribaltare completamente un’icona di ambiguità e potere per renderla più “digeribile” rischia di fare un torto non solo a Shakespeare, ma anche al femminismo stesso. Perché non tutte le donne forti devono essere positive, e non tutte le eroine devono diventarlo per forza. A volte è proprio nell’oscurità che brillano le scintille della libertà.
E allora la domanda sorge spontanea: non era meglio rispolverare qualcun’altra? Magari una figura storica o letteraria meno esplorata, davvero bisognosa di riscatto? Invece che imbiancare Lady Macbeth, con tutto ciò che rappresentava, solo per farla entrare a forza nel club delle “buone”?

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